Prende il via la nostra indagine mensile per catalogare «sul campo», città per città, tutti i malanni del sistema culturale del Bel Paese Bari. Quando il sindaco Michele Emiliano ha candidato Bari a Capitale Europea della Cultura del 2019 (cfr. articoli a p. 9), molti hanno pensato a una provocazione. Bari è l'unico capoluogo di Regione senza musei. Eppure è cuore di una regione ricchissima d'arte: archeologia, cattedrali, castelli, antiche città. Bari è invece periferia della cultura. Unico punto di forza sta tornando a essere, pur tra molte difficoltà, il glorioso teatro Petruzzelli, chiuso per 18 anni dopo l'incendio doloso del 1991. Riaperto nel 2009, tra polemiche e assurdi ritardi, è assediato da mille problemi e accuse di malagestione. Il ministro Ornaghi ha nominato a marzo un commissario, Carlo Fuortes (direttore del Parco della Musica di Roma), voluto anche da Regione e Comune. Bari è anche la città dell'arte negata. Questo un sommario catalogo: chiuso da decenni il Museo Archeologico, chiuso il teatro Oriente trasformato in sala Bingo, chiuso il teatro Piccinni per lunghi lavori, chiuso per ristrutturazione il Museo Diocesano. Le bellezze della città sono da tempo trascurate. In questo panorama è facile dimenticare che in realtà anche Bari ha un museo, la Pinacoteca Provinciale, dal 1989 diretta con passione da Clara Gelao. Ha una buona collezione, lavora soprattutto con le scuole. Povera di mezzi ma ben organizzata, nei pochi spazi allestisce mostre e tiene cicli di concerti. Perfino tra i baresi è poco nota, confinata com'è al quarto piano del palazzo della Provincia, senza una sola indicazione in tutta la città. Un tesoro quasi clandestino, simbolo della cultura barese. Qualcosa, in realtà, sta cambiando in meglio. I vicoli della magnifica città vecchia, dominati dalla malavita fino a pochi anni fa, adesso sono più sicuri. I turisti possono visitare il castello Svevo, con restauri ancora in corso, e splendidi monumenti medievali come la Cattedrale e la basilica di San Nicola, meta di pellegrinaggi internazionali. Dunque, candidare Bari a capitale della cultura è temerario. Ma il sindaco Emiliano ci crede: «Serve una grande visione, dice, e l'unico acceleratore di cui disponiamo è la cultura». Prepara una svolta. Il «miracolo» dovrebbe arrivare dall'arte contemporanea. Il Comune punta su due grandi progetti. Il primo si chiama Bac, Bari Arte Contemporanea (cfr. n. 308, apr. '11, p. 14). È stato lanciato da Emiliano con la collaborazione di Vito Labarile, collezionista per passione, suo consulente per le arti visive. L'idea è creare un polo per l'arte contemporanea nel centro della città, in tre edifici allo snodo tra centro «moderno» e «città vecchia». Perno dell'operazione è il teatro Margherita, stile liberty, pochi passi dal Petruzzelli, costruito nel 1912 in cemento armato (tra i primi in Italia), con fondamenta nell'acqua del porto vecchio. Accanto, l'antico Mercato del pesce, in decadenza, e la più moderna sala Murat. L'interno del teatro Margherita è vuoto, abbandonato da trent'anni. Negli ultimi due anni il Comune, con pochi soldi, vi ha allestito quattro mostre d'arte contemporanea: prima Jannis Kounellis (che davanti al Mercato del pesce ha lasciato una sua opera, una ingombrante piramide in ferro, «una provocazione urticante»), poi altre tre mostre, due realizzate con la Fondazione privata per l'arte contemporanea Morra Greco di Napoli, che ha una ampia collezione. Questa «mano privata» ha suscitato dubbi e sospetti, ma le mostre sono state un test per la città: ingresso libero e 120mila visitatori. Grandi numeri per Bari, una promessa di cambiamento. Il progetto non prevede un classico museo (non c'è collezione da esporre) ma «una struttura aperta alle sperimentazioni». Per questo serve una fondazione. Alla bozza di statuto hanno collaborato Jörg Heiser, critico d'arte berlinese e direttore di «Frieze Magazine», e Pierpaolo Forte, presidente della Fondazione Donnaregina che gestisce il Madre di Napoli. Nella fondazione dovrebbero entrare le principali istituzioni e partner privati da individuare attraverso gare pubbliche. Oggi il Margherita e una parte del Mercato sono ancora demaniali. Per averli, il Comune darà in cambio allo Stato l'ex Macello comunale: l'operazione è già avviata. Per ristrutturare il teatro Margherita c'è un progetto di massima dell'archistar David Chipperfield. Costo 13 milioni, forse più. Il Comune spera nell'accordo con la Regione: da lì passano i fondi europei. Ma la Regione sposa l'altro grande progetto per il contemporaneo, condiviso dal Comune, basato sugli 8 ettari dell'ex caserma Rossani, anch'essa demaniale. Adesso è una landa abbandonata in piena città, alle spalle della stazione ferroviaria, in degrado da anni: capannoni e caserme a due piani degli anni Venti, alcuni vincolati dalla Soprintendenza che estenderà quel vincolo a tutta l'area. Con un'altra complessa operazione di permuta tutto passerà al Comune che, in cambio, cederà allo Stato il palazzo della Prefettura e l'ottocentesca chiesa russa di Bari, già donata dall'Italia al Patriarcato di Mosca. Anche per la Rossani si parla di un grande «polo della creatività». L'assessore regionale a Mediterraneo, Cultura e Turismo, Silvia Godelli, dice: «Da tempo puntiamo sul contemporaneo. Abbiamo l'esperienza positiva dei cinque anni di "Intramoeniaextra art", le mostre fatte con Achille Bonito Oliva nei castelli della Puglia. Puntiamo sui giovani, sui laboratori, sulle performance. Il grande spazio della Rossani è la location adatta. Può diventare polo delle arti ma anche mediateca, centro per l'audiovisivo, cuore di attività multimediali». Godelli boccia invece il progetto Bari Arte Contemporanea, sostenuto dal Comune: «Non siamo d'accordo, dichiara, per una ragione culturale: la Regione è convinta che per l'arte contemporanea serva una formula aperta, duttile, non centrata sulle collezioni (che non abbiamo). E poi gli edifici del Bac, soprattutto il Margherita, sono troppo piccoli e non hanno respiro esterno». Silvia Godelli spiega anche che mancano i soldi per realizzare entrambi i progetti. Questi i conti: «Il Comune di Bari può disporre di 13 milioni. Per un polo dell'arte contemporanea, Bac o Rossani, ne servono almeno il doppio. La Regione ha i finanziamenti di origine comunitaria, che vanno spesi entro il 2015. Abbiamo concordato con il Mibac interventi per circa 60 milioni, che forse arriveranno a 100 o poco più ma devono bastare per tutta la Puglia. Alla Rossani sono destinati 13 milioni che con i 13 del Comune sono una buona cifra, anche se forse non basteranno. Con questo intervento si sanerà anche una profonda ferita nel cuore della città. Del resto, se la Rossani non diventa un grande polo culturale, arriveranno palazzi e palazzinari. Questa è la battaglia che si gioca in città». Insomma, nessun accordo con il Comune, nessun finanziamento per il Bac. Il sindaco Emiliano cerca un dialogo: «Stiamo chiedendo alla Regione di entrare nella Fondazione Bac. Dico di più, vorrei che l'operazione fosse guidata dalla Regione». Ma Silvia Godelli tronca la questione: «La polemica politica impedisce una discussione in merito e soprattutto di prendere decisioni». È aperto scontro politico: su di esso pesa anche il caso dei Degennaro, i fratelli imprenditori accusati dalla Magistratura di aver pilotato appalti pubblici a Bari. Emiliano non intende rinunciare al progetto Bac, che potrebbe trasformare la città: la permuta con lo Stato del Margherita prosegue quindi il suo iter. Nel difficile dialogo tra le istituzioni locali, le strutture statali restano in disparte. Il soprintendente archeologico Salvatore Buonomo e Isabella Lapi, da cinque mesi direttore regionale per i Beni culturali e paesaggistici della Puglia, sono impegnati in due progetti importanti: restauro del Castello Svevo e nuovo Museo Archeologico. «Gli uffici della Soprintendenza saranno spostati in un altro edificio e il Castello sarà tutto aperto e rinnovato», annuncia Isabella Lapi. Nei cortili e sui bastioni proseguono gli scavi archeologici. Il problema del Castello Svevo è di evitare che diventi un magnifico guscio vuoto. In alcune sale è stata esposta la Gipsoteca: i calchi in gesso ripescati dai depositi furono realizzati per l'esposizione di Roma del 1911, cinquantenario dell'Unità d'Italia. «Esporremo anche alcune collezioni archeologiche formate da due consistenti confische, precisa Isabella Lapi. Pensiamo poi ad alcune opere pittoriche, "vetrina" del Museo nazionale Devanna di Bitonto». Sul Museo Archeologico, del quale si discute da troppi anni, si sta finalmente lavorando. «Creeremo in Puglia tre poli archeologici di eccellenza, per le aree storiche della Regione: Messapia, Daunia e Peucetia, la terra di Bari, spiega Isabella Lapi. I tesori della Messapia e della Magna Grecia saranno al Museo Archeologico di Taranto, completato in un paio d'anni con i 5 milioni decisi dal Cipe; il nuovo museo della Daunia sarà nel castello di Manfredonia. Per la Peucezia si sta lavorando al futuro Museo di Santa Scolastica a Bari, che valorizzerà le straordinarie collezioni della Provincia e i reperti mai visti che lo Stato ha scavato dal 1957 in poi». Quello dell'archeologia barese è uno scandalo ignorato. Dal 1890 il Museo Archeologico Provinciale era nelle sale dell'Ateneo. Un allestimento grandioso, considerato tra i capisaldi della museologia italiana dell'epoca. Nel 1957 la Provincia cede la gestione allo Stato. Poco a poco il museo viene disfatto e abbandonato, alcune collezioni tornano ai luoghi d'origine. Nel 1994 viene chiuso perché non a norma. Nel 2000, 155 reperti vanno a Canosa per una mostra: non sono più tornati. Dal 2002, tutto è nei depositi. Nel 2004 spariscono più di 30 vasi, rubati. Nel complesso medievale di Santa Scolastica, destinato al nuovo Museo archeologico, già in parte restaurato negli anni '80, con parti moderne aggiunte a uso dell'Università, i lavori sono in corso. Isabella Lapi ne è entusiasta: «Apriremo due ingressi, uno di fronte al porto delle navi da crociera, l'altro verso la città vecchia, proprio sui bastioni del lungomare. Il passaggio interno e il piano terra saranno gratuiti. Entro l'estate del 2013 questa parte sarà finita. Gli altri due piani non sono ancora finanziati». Ma la Lapi definisce gli spazi di Santa Scolastica «assolutamente insufficienti per il Museo». In futuro si prevede di ampliarlo nel terreno adiacente: uno spazio lasciato libero dal vecchio «spedale» demolito. Intanto si vuole salvare quel che resta del paesaggio urbano, di proteggere il cosiddetto quartiere Muratiano, cuore ottocentesco di Bari. «Vogliamo scongiurare, spiega il soprintendente Buonomo, la perdita di questo valore, premessa per una valorizzazione integrata della città. Dovremmo arrivare alla tutela di tutta Bari Vecchia, ma anche del quartiere Libertà e della fascia lungo il mare».
Il Giornale dell'Arte
20 Maggio 2012
Bari, città senza musei
ED
Edek Osser
Il Giornale dell'Arte
Artista / Persona
Bene culturale
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