Cè una memoria collettiva, ma ci sono anche le infinite memorie individuali Un paesaggio risveglia due tipi di memoria. Una memoria collettiva, inscritta nella natura o nei monumenti, ma anche le memorie individuali, infinite, riflessi dei soggiorni o dei passaggi di tutti coloro che abbiano avuto loccasione di contemplarlo. I paesaggi sono culturali, sempre abitati e trasformati dalla presenza umana e doppiamente diversi in funzione della loro situazione geografica e delle società che li hanno forgiati. Dipendono, dunque, come le opere darte, dallo sguardo che ne viene catturato o li sorvola, che si attarda, o scivola su di essi. Come le opere darte, o come gli stessi esseri umani, verso i quali ognuno di noi può provare interesse, repulsione o indifferenza. (...) I paesaggi non sono mai puramente naturali e la loro stessa diversità è un fatto culturale. Vengono vissuti come tali e non bisogna sorprendersi né del trauma causato nel periodo coloniale dagli stravolgimenti dello spazio (gli addensamenti dei villaggi lungo gli assi stradali, per esempio), né delle resistenze di alcuni cittadini dellEuropa contemporanea allidea di vedere elevare un minareto a fianco di un campanile di una chiesa che non frequentano nemmeno più. Il paesaggio, infatti, è anche ricordo dellinfanzia. Cè dunque una doppia diversità dei paesaggi, nello spazio e nel tempo. Una diversità geografica e climatica evidente per tutti. E una diversità legata agli sguardi particolari e alle storie individuali. I cinque sensi dellessere umano contribuiscono a questa doppia diversità e lamplificano. I suoni, gli odori, i sapori, la consistenza delle piante o la conformazione delle rocce distinguono radicalmente un paesaggio da un altro e ne fanno un fuoco di irradiazione delle sensazioni e delle emozioni. Al contrario, la musica o una semplice canzone può evocare un paesaggio. La geografia, il clima, il tempo che passa e lesperienza di ognuno moltiplicano allinfinito la miniera dei paesaggi possibili. Unestetica della distanza Lestetica dominante nel mondo globale è unestetica della distanza che tende a farci ignorare ogni effetto di rottura. Le foto scattate dai satelliti dosservazione, le viste aeree ci abituano a una visione globale delle cose, così come le strade a scorrimento veloce e i treni ad alta velocità. (...) Il paesaggio surmoderno è un paesaggio essenzialmente cittadino, ma bisogna aggiungere che lurbanizzazione trasforma la città urbanizzando il pianeta. Lestensione del tessuto urbano è un fenomeno che corrisponde alla moltiplicazione degli spazi di circolazione, consumo e comunicazione. Questa moltiplicazione ha effetti simultaneamente sullo spazio urbano e sullo sguardo che ne fa un paesaggio. I «centri storici» si trasformano progressivamente in musei, in luoghi di visita per turisti venuti da lontano. I musei si trasformano in monumenti che suscitano a volte più curiosità di ciò che vi è esposto. La crescita urbana si inverte come procedesse a trasformare la città in una periferia. È quanto suggeriva larchitetto Bernard Huet affermando che esiste unopposizione tra larchitettura e la città. La logica della città funzionale, concepita sulla base delle necessità dellalloggio, ha portato alla perdita della città storica, daltra parte auspicata da Le Corbusier. (...) Il paesaggio è costituito di tempo tanto quanto di spazio ; e la proiezione del paesaggio surmoderno verso un futuro inimmaginabile è talmente impressionante da creare una rottura con le segrete connivenze tessute nellintero corso della storia umana tra spazio e memoria. La crisi Ecco perché cè una dimensione psicologica, affettiva, intellettuale e, oserei dire, paesaggistica, in quella che oggi chiamiamo crisi. Questa è infatti legata a un cambiamento di scala di cui constatiamo gli effetti senza tuttavia riuscire a controllare le cause. Laccelerazione dei trasporti, la circolazione quasi istantanea delle immagini e delle informazioni, fanno sentire in modo ogni giorno più acuto lesiguità del pianeta. Le foto scattate dai satelliti rivelano un nuovo paesaggio: quello della terra vista da lontano, così come in un giorno non lontano la vedranno vacanzieri abbastanza fortunati da concedersi una breve escursione, in assenza di gravità, a qualche centinaio di chilometri dal pianeta. Il culmine del paesaggio surmoderno è il pianeta stesso. Oggi possiamo immaginarci nellatto di sbarcare sulla terra come Colombo approdò alle rive del Nuovo Mondo. Stiamo assistendo alla nascita del pianeta come paesaggio. (...) Una frattura si disegna così tra il paesaggio già planetario, la società che non lo è ancora, le culture frammentate in dimensioni diverse o contraddittorie, e larte che non sa più di cosa deve rendere conto, essendo, in qualche modo, superata dallo spazio. È come se avessimo tutti lasciato linfanzia una seconda volta e dovessimo affrontare, essendo lumanità divenuta adulta, la nostra improvvisa solitudine. La moltiplicazione dei non luoghi (questi spazi sui quali non si può decifrare immediatamente nessuna relazione sociale) crea, paradossalmente, delle nuove familiarità. Allaltro capo del mondo ci si sente meno perduti quando si entra in un supermarket. Le scritte o gli annunci in inglese contribuiscono anche essi alluniformazione simbolica del pianeta, esattamente come i monumenti dellarchitettura internazionale che si elevano nelle metropoli mondiali sembrano farsi eco da un continente allaltro. I paesaggi del mondo contemporaneo, del mondo segnato dallaccelerazione del tempo, il restringersi del pianeta e lindividualizzazione dei percorsi sono per lo più paesaggi urbani oppure in via di urbanizzazione. Ma la città cambia, salta al di sopra di muri e si espande ben oltre i confini del suo cuore storico, allunga i propri tentacoli lungo i fiumi, le coste e le vie di comunicazione, per legarsi ogni giorno più strettamente alle città vicine. Parallelamente, acceleriamo la messa a regime intellettuale ed estetica del pianeta. Iscriviamo al patrimonio dellumanità i monumenti o i paesaggi più notevoli; trasformiamo regioni intere in «parchi naturali». Un po come se stessimo allestendo la futura visita di turisti extraterrestri. Il decentramento delle città, le cui forze vitali si spostano «extra muros», delle case, il cui cuore più intimo viene collegato allesterno attraverso la televisione e internet, dellindividuo stesso, incessantemente deportato allesterno dal suo equipaggiamento elettronico, contribuiscono potentemente a questa conquista dello spazio che paradossalmente somiglia molto più a una espropriazione. Per tutti loro, infatti, la cultura è ancora data dalla stretta intimità tra una società, le sue opere e il suo paesaggio, e faticano a immaginare, dal momento che la loro vita è ogni giorno più complicata, dove sarà il loro posto nel mondo planetario post-culturale che sorge davanti a loro. Lipotesi che si vorrebbe provare qui è che lantropologo può contribuire in modo utile a una riflessione su una necessaria ricentralizzazione delle attività umane e degli individui, non per negare le nuove prospettive che si aprono allumanità, ma per affrontarle serenamente, senza nostalgia, poiché sono sempre state lorizzonte delle domande che le culture più diverse e alcuni filosofi lungimiranti hanno posto più o meno esplicitamente. È dunque giunto il momento di concentrarsi di nuovo sullessenziale, la conoscenza, grazie a sommovimenti senza precedenti che forse non sono altro che le premesse di una nuova avventura umana. (Traduzione di Pietro Gaglianò) Lautore terrà una lectio magistralis su questo argomento mercoledì 23 ore 21 al Teatro Studio Krypton di Scandicci