Siracusa. Da Palermo a Lipari, passando per Agrigento e Siracusa si assiste oggi a una «cristallizzazione» dei grandi musei, come la definisce Giuseppe Voza. «Un passo indietro a livello culturale», commenta il soprintendente emerito della città di Archimede a cui si deve la nascita di una delle più importanti strutture museali archeologiche: il "Paolo Orsi" di Siracusa. Il motivo di questo arretramento è da ricercare nella nuova gestione dei beni culturali. «Ho avuto il grande privilegio - dice Voza - di lavorare per 20 anni alla realizzazione di un museo ex novo, tenendo conto di criteri avanzati di museologia e museografia in aderenza a quanto dettava la legge regionale sui Beni culturali (la n. 80 del 1977) che, per la prima volta, indicava le norme per la tutela, la valorizzazione e soprattutto l'uso sociale dei beni. Fu una rivoluzione: si pensava non più a un museo inteso come deposito di oggetti belli destinato a un'élite di visitatori, ma aperto alla larga fruizione sociale. Ed è con queste regole che nel 1988 nacque il "Paolo Orsi" riscuotendo un grande successo anche internazionale. Ma poi, con il tempo, tutto si è fermato». Ciò che manca è, innanzi tutto, la possibilità di fare ricerche. «Senza gli scavi archeologici, gli studi su campo - aggiunge Voza - un museo non è attivo, non è vivo. Per avvicinare la società alle proprie radici occorre contestualizzare i reperti rendendoli oggetti-documenti, portatori di storia. Il museo non deve essere statico, ma un laboratorio in cui si debbono proporre continui aggiornamenti, frutto della ricerca che deve convivere con la struttura museale stessa. Separare, come si è fatto recentemente affidandola a Soprintendenze e Parchi, il museo dalla ricerca archeologica non è utile». Ma non solo. Il direttore onorario del "Paolo Orsi" indica la necessità di rendere «vive» le sale espositive attraverso pannelli multimediali, ricostruzioni, video e collegamenti con le realtà territoriali per contestualizzare i ritrovamenti e dunque rendere più completa la lettura dei reperti , ma anche per incuriosire i visitatori e spingerli a conoscere altri luoghi alla scoperta della storia della Sicilia. «Per far percepire a noi siciliani - dice il professore Voza - il valore e la storia della terra in una simbiosi tra città, siti e musei che oggi non esiste più». Altra carenza è poi quella del rapporto fra le strutture museali per le quali Giuseppe Voza suggerisce di metterle «a sistema» invece di lasciarle come una sorta di isole separate in Sicilia, sforzandosi dunque di agevolare contatti, scambi, integrazioni fra le collezioni. E ancora, in termini di gestione museale, resta insoluta la questione del personale. Troppo pochi i custodi. «Una carenza che esiste da sempre - commenta Voza -. Ricordo che quando nel 1988 era tutto pronto per aprire il "Paolo Orsi" non potevamo inaugurarlo perché non avevamo personale a sufficienza. Così andai dall'allora presidente della Regione, Rino Nicolosi, il quale mi autorizzò a pagare una vigilanza privata. Oltre ai custodi ogni struttura dovrebbe avere fotografi, restauratori, allestitori, informatici: insomma il personale tecnico-specializzato su esempio di quanto accade in tutti i grandi musei del mondo. Un problema decennale che oggi si è aggravato e rende i nostri tesori "disappoint rouines" come dicono gli inglesi. Ovvero rovine che deludono». La risposta della Regione è sempre legata all'insufficienza di risorse. Voza scuote la testa. «Nel dopoguerra - racconta - Bernabò Brea aprì il museo mettendo alle finestre carta di giornale, poiché non vi erano i vetri. E, quando lo seppe, intervenne Alcide De Gasperi in persona. Assicurare la cultura e la conoscenza del passato è un dovere per le istituzioni. Oggi mancano le risorse anche per fare il minimo, assistiamo a una regressione. E non è possibile». 19052012