Quando poi i risultati, al di là dell'indubbia buona volontà, sono così terrificanti, è impossibile non chiedersi quale sia il rapporto interiore con la forma della città. Il diffuso entusiasmo per la nuova illuminazione del Duomo mi pare un altro sintomo preoccupante. Non solo i «padelloni» sono una pesantissima inserzione nel paesaggio urbano diurno, ma soprattutto la quantità e la qualità della luce tagliano fuori il monumento dal contesto urbano: lo sovraespongono «mediaticamente», distruggendo proprio la misura, il colloquio, il rapporto che unisce e cuce le emergenze architettoniche al tessuto continuo. Questa spettacolarizzazione luminosa ricorda molto la moda della mostra dei singoli capolavori: un identico esercizio di incomprensione. L'idea di far svolgere una sfilata di moda nei corridoi degli Uffizi mi pare, da ultimo, il colmo di questa sorta di amnesia collettiva. Non metto in discussione la qualità degli abiti presentati. Ma gli Uffizi sono troppo alti, e sono troppo importanti per noi tutti, per poterli legare ad un'impresa commerciale e privata. C'è qualcosa di evidentemente sbagliato: ma se non lo si vede, è quasi inutile spiegarlo. «Le cose belle lo sono di meno, se sono fuori posto», ha scritto Jean de la Bruyère. Firenze l'ha insegnato a tutto il mondo. Oggi sembra averlo dimenticato. Mai come a Firenze tutto sta nella misura. Non il titanismo di Roma, non il sublime di Napoli, non il languore estenuato di Venezia. La bellezza di Firenze è un fatto di rapporti: la scansione dei ponti, il rapporto con le colline, la scala dei colori, il gioco che lega le statue alle architetture. E non questione di gusto: è questione di decoro. Nel senso classico: «la giusta misura in ogni cosa: questa parte dell'onestà contiene quella virtù che i Greci chiamano prepon, e noi decoro» (così scrive Cicerone nel De officiis, cioè nel trattato «sui doveri»). Essere fiorentini ha voluto dire, per secoli, imparare, interiorizzare e tramandare la capacità di leggere questo equilibrio. Di più: il dovere di essere questo equilibrio. Un equilibrio in cui era impossibile distinguere l'estetica e l'etica: semplicemente perché l'una era misura e rappresentazione dell'altra. Sarebbe ingenuo e un po' patetico rammaricarsi che la modernità abbia lavato via, tra l'altro, anche questo modo di essere. Ma sarebbe grottesco fingere di non vedere che proprio questo è accaduto. Il fatto che il Comune pensi di dover stabilire e prescrivere un canone estetico preventivo, anzi una forma precisa, per la copertura dei caffè all'aperto, è un segno (piccolo, ma eloquente) di questo smarrimento.
Firenze. Dehors C., l'equilibrio (perduto) di una città
Il testo descrive la critica al nuovo illuminamento del Duomo di Firenze, considerato troppo spettacolare e distaccato dal contesto urbano. Il testo lamenta la perdita della misura e dell'equilibrio nella città, che era un valore fondamentale per i fiorentini. Si parla anche della mancanza di decoro e dell'importanza di legare l'estetica e l'etica. Il testo conclude che il Comune di Firenze sta perdendo la sua identità e il suo senso di decoro. Il linguaggio utilizzato è critico e disapprovante, con un tono di allarme e di preoccupazione. Il testo non offre una soluzione o una proposta, ma piuttosto una denuncia della situazione attuale.
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