Tra i beni da trasferire agli enti locali le caserme e anche il lago di Garda. Il nodo delle Province abolite La commissione parlamentare chiede tempo. Il governo lavora ai decreti ROMA Pensate un po': dicono che si risparmia. E magari, dal loro punto di vista, hanno anche ragione. Da quello dei cittadini, invece, la prospettiva è decisamente diversa. Anche perché stanno promettendo da anni che le Province saranno abolite, e questa volta è addirittura probabile che accada. Almeno per come le abbiamo conosciute finora. Ecco perciò che alcune scene, come quella del taglio del nastro della nuova sede della Provincia di Forlì-Cesena, inaugurata il 12 aprile dal presidente della giunta di centrosinistra Massimo Bulbi, risultano a dir poco surreali. Quel giorno erano già passati tre mesi e mezzo dal decreto salva Italia, che ha stabilito il principio della dissoluzione delle Province: nella forma attuale, quella di Forlì-Cesena potrà tirare avanti fino al 2014, poi se il progetto del governo andrà in porto dovrà chiudere i battenti. Che senso ha aprire una nuova sede per ospitare 75 dei 485 dipendenti provinciali? Peraltro costata 4 milioni di euro? Il quotidiano online Romagnagazzette riporta diligentemente la motivazione ufficiale per cui qualche anno fa, poco prima che l'ente ora guidato dall'ex funzionario della Confartigianato acquistasse la palazzina della Confartigianato di Cesena per adibirla a quartier generale della Provincia: l'accorpamento di una serie di uffici decentrati garantirà economie annuali per 125.300 euro. Evviva. Ma questo non fa passare in secondo piano alcune evidenti assurdità. Da quando la Provincia di Forlì, nel 1992, è diventata Forlì-Cesena, si è tutto raddoppiato. Le sedi istituzionali sono sei: quelle dei partiti, dei sindacati, delle organizzazioni imprenditoriali. Una bulimia che non si è fermata nemmeno davanti all'evidenza di un Paese che deve necessariamente dimagrire. Così non manca chi spera concretamente nella possibilità che cambi il meno possibile. E magari ha pure mangiato la foglia. Ecco dunque che si porta avanti sul lavoro: e invece di tirare giù la saracinesca, ne alza una nuova. A ragion veduta. Italia Oggi scrive che martedì la commissione parlamentare sul federalismo fiscale approverà un documento per chiedere al governo di rinviare le decisioni sul trasferimento dei beni demaniali dal centro alla periferia. La motivazione? Secondo il quotidiano va ricercata nell'esigenza che ha lo Stato centrale di utilizzare il patrimonio per ridurre il debito pubblico ma anche nella necessità di rimediare alla troppo «frettolosa» decisione di abolire le Province trasferendone le competenze a Comuni e Province. Tanto che verrebbe proposta al governo Monti una proroga degli organi delle otto già scadute fino al 31 marzo 2013 per consentire il varo di una grande riforma. Nel frattempo il cosiddetto federalismo demaniale, che già non marcia a un ritmo fulmineo, subirebbe una battuta d'arresto. Rischiando addirittura, per usare le parole del giornale, di «andare in soffitta». Immaginiamo la faccia di Matteo Renzi, che da quando è sindaco di Firenze non smette un giorno di chiedere che cinque caserme inutilizzate nel centro della città passino al patrimonio comunale per essere riconvertite anche come alloggi per le giovani coppie. Ma immaginiamo anche l'espressione dei suoi colleghi di Bologna, Virginio Merola, e di Venezia, Giorgio Orsoni, che hanno un problema simile. Sempre, tanto per dire una novità, con il ministero della Difesa. Fra i 12 mila immobili che dovrebbero passare dallo Stato a 2.500 Comuni, il cui valore si dovrebbe aggirare (certo per difetto) intorno ai due miliardi, ci sono molte caserme. Caserme a Padova. Caserme a Foggia. Caserme a Roma. Caserme dappertutto. Le stesse che facevano dire all'ex ministro Vincenzo Visco già 12 anni fa: «I militari non le mollano, anche se sono vuote». E poi teatri: come la Pergola di Firenze. Ex carceri: come quelli sull'isola di Procida e di San Gimignano (che il Comune è già riuscito ad accaparrarsi). Roccaforti: come La Castiglia a Saluzzo. Ma pure il lago di Garda, la cui proprietà dovrebbe passare dal demanio agli enti locali. E migliaia di chilometri di litorali. Confidiamo che l'obiettivo della commissione La Loggia non sia quello di rimandare il problema alle calende greche. Ma va messo in conto che qualcuno possa interpretare l'iniziativa proprio in questa chiave. Anche perché, a quanto pare, il governo sta invece continuando a lavorare per perfezionare i decreti sul federalismo demaniale. Dalle liste si stanno spuntando gli immobili di interesse storico artistico, che però in certi casi sono anche quelli più interessanti per la valorizzazione. Per questi sarà prevista l'approvazione del relativo piano da parte del ministero dei Beni culturali. Una precauzione assolutamente fondata, se si vuole mettere il patrimonio artistico e monumentale al riparo dal rischio di abusi. Ma dire che all'interno del governo di Mario Monti facciano salti di gioia all'idea di dover mollare tutta quella roba non sarebbe esatto. C'è chi (negli ambienti delle Finanze) vorrebbe limitare al minimo indispensabile i trasferimenti di immobili e beni demaniali agli enti locali. Persuaso che così sarebbe più agevole utilizzare il patrimonio pubblico per ridurre il debito pubblico. E c'è invece chi scommette su una formula capace di tenere insieme il trasferimento formale dei beni con l'impellenza di aggredire l'indebitamento dello Stato. Per esempio attraverso un grande fondo d'investimento immobiliare quotato in borsa nel quale riversare il patrimonio e di cui sarebbero azionisti anche i comuni. Ma questo, con il federalismo demaniale di cui si è sempre parlato c'entra come i cavoli a merenda.
La corsa a ostacoli del demanio federale
Il governo sta lavorando per perfezionare i decreti sul federalismo demaniale, che prevede il trasferimento di beni demaniali dallo Stato alle Province e ai Comuni. Tuttavia, la commissione parlamentare sul federalismo fiscale ha chiesto al governo di rinviare le decisioni sul trasferimento dei beni demaniali. La commissione ha proposto una proroga degli organi delle otto Province già scadute fino al 31 marzo 2013 per consentire il varo di una grande riforma. Il governo sta anche lavorando per limitare al minimo indispensabile i trasferimenti di immobili e beni demaniali agli enti locali, per utilizzare il patrimonio pubblico per ridurre il debito pubblico.
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