L'emergenza dopo la bomba ai Georgofili, le nuove sale, i progetti, le battaglie. E una lunga carriera iniziata come volontaria FIRENZE. Per oltre 40 anni al lavoro, giorno dopo giorno entrare alla Galleria degli Uffizi, muoversi tra quei capolavori irripetibili, sentirsi intorno alle spalle il peso della grande struttura, voluta da Francesco e Ferdinando de' Medici nella seconda metà del Cinquecento, murata da Girgio Vasari: un privilegio, certo, una responsabilità senza dubbio. Anna Maria Petrioli Tofani dal 1963, quando vinse il concorso statale, fino al 2004 è stata lì. Ora va in pensione, dopo una vita trascorsa gomito a gomito con Cimabue e Giotto, Masaccio e Botticelli, Michelangelo e Caravaggio e gli altri. Al suo posto probabilmente «un funzionario dei beni culturali che lavora già a Firenze», almeno stando a quanto ipotizzato nei giorni scorsi dal soprintendente al polo museale fiorentino, Antonio Paolucci. «Sì, è una storia lunga - ci dice Petrioli Tofani - di vita e di lavoro. Cominciai da assistente volontaria all'Università, dopo la laurea, ma già ero in contatto con il Museo, tendevo ad avere un rapporto diretto con l'opera d'arte. L'insegnamento di Roberto Lon-ghi mi aveva istillato l'abitudine a guardare le opere. Ebbi la fortuna di restare a Firenze: il soprintendente Ugo Procacci mi mandò ispettore al Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi. Però mi furono assegnati anche incarichi esterni: feci parte del Consiglio di Amministrazione del costituendo Museo Pecci di Prato e fu per me un'esperienza nuova e preziosa. Nel 1981 passai a dirigere il Gabinetto. Quando Luciano Berti andò in pensione mi chiamò a sostituirlo alla direzione della Galleria, nel 1987. n mio iter professionale è legato agli Uffizi, un momento assai movimentato nella storia della Galleria». Ora ci troviamo al Gabinetto Disegni e Stampe: rimane agli Uffizi, la sua casa? «No, anche se avevo presentato domanda per rimanere in servizio altri tre anni, secondo la nuova legge, dopo la scadenza del pensionamento. La richiesta non è stata accolta». Respinta con quale motivazione? «Mi si dice che il Ministero non ha fondi per pagarmi, dato che sarei risultata come nuova assunta. Bizzarra risposta. Si dice che i meccanismi tra i Ministeri dei Beni culturali e del Tesoro non lo consentono. A me sarebbe piaciuto portare avanti il progetto dei Nuovi Uffizi, su cui ho speso buona parte della mia vita». Cosa farà adesso? «Come vede faccio la volontaria al Gabinetto: qui si porta avanti, con la direttrice Marzia Faietti, il lavoro degli in-ventari della raccolta, che è una delle maggiori collezioni di grafica del mondo. A settembre andrò per un anno alla National Gallery di Washington come consulente, c'è il progetto di una mostra dal Gabinetto Disegni e Stampe. Sarò nella Commissione internazionale per i lavori di ampliamento del Museo dell'Ermitage di Pietroburgo. Si vede che la mia esperienza professionale all'estero è apprezzata». Chi sarà a dirigere gli Uffizi d'ora in poi? «Non lo so, c'è silenzio. In genere nei grandi musei stranieri, c'è un periodo di transizione tra il direttore che esce e quello che entra. E' probabile che il soprintendente regionale e al Polo museale, il Prof. Paolucci, tenga la delega per sé». Quali i maggiori problemi della sua direzione agli Uffizi? «All'inizio si doveva concludere il trasloco degli uffici dell'Archivio di Stato. Bisognava redistribuire gli spazi e costituire una serie di servizi, inadeguati o inesistenti dino ad allora: stava infatti cambiando la storia e il ruolo dei musei nella società. Gli Uffizi, una vera galleria nazionale dove si può seguire la storia della pittura italiana, almeno dai Medici a oggi, hanno sofferto questa transizione più di altri musei. Nel'93 ci fu la bomba ai Georgofili, che ci espose con una enorme visibilità al mondo: tanto da rendere difficile il nostro lavoro. In 20 giorni, con l'aiuto del Governo Ciam-pi e il lavoro di tutti, riaprimmo il 60 delle sale. In 3 anni, le 22 opere danneggiate vennero restaurate. Nel 1989 avevo presentato il progetto dei Nuovi Uffizi». Qual'è il cammino del progetto? «Nel progetto del'89, ci siamo attenuti al fatto che lo stesso edificio del Vasari è un'opera d'arte, e non avremmo potuto operarvi modifiche, se non lievi, per rispettare le tracce della storia della museologia, che gli Uffizi contengono chiaramente: dalla Tribuna alla Sala della Niobe. Quel progetto fu approvato dal Ministero noi cominciammo a fare gli interventi settoriali con restauro estetico e funzionale, dato che non c'era il finanziamento per il progetto in totale. Aprimmo 16 nuove sale, nel'96 vi si tenne la mostra dei pittori manieristi. Avevamo per consulenti esperti come Paola Barocchi, Michel Laclotte del Louvre, Carter Brown della National Gallery di Washington, Ma-cGregor della National Gallery di Londra. Anche il restauro dopo la bomba seguì i principi base del progetto. Ma nel'97 la Commissione ministeriale fermò il progetto, senza tuttavia produrre un'alternativa. Allora era ministro Antonio Paolucci, che formò la Commissione, tutta di grandi esperti ma nessun museologo. Poi il ministro Giovanna Melandri sciolse la Commissione». Il progetto Nuovi Uffizi è stato ripreso oggi? «Sì, nel 2003-04 da Roberto Cecchi, nuovo direttore generale, ed ora c'è il progetto esecutivo, con alcune modifiche ma le stesse linee di base: si va ad una gara europea». Una vita per l'arte, ma tut-t'altro che tranquilla e con qualche spina: tra Petrioli Tofani e Paolucci c'è stato qualche braccio di ferro? «Non di questo si tratta, quanto piuttosto di un diverso concetto della tutela delle opere, di uno scontro di idee. Un'opposizione ideologica e mi dispiace che in questi anni sia stata presa come una polemica, mia nei suoi confronti e sua nei miei». Ci faccia qualche esempio di questa contrasto. «Contro il mio parere tecnico, il soprintendente ha fatto andare in giro per il mondo opere che io non avrei mai mosso: la Madonna Casini di Masacciq, la Flora di Tiziano dagli Uffizi, e la Velata di Raf-faello che sta a Pitti. Ero contraria per ragioni di prudenza, ma anche per dovere verso il pubblico dei musei, che viene da lontano per visitare una Galleria e non ci trova quello che si aspetta di vedere. Avrei preferito che il Perseo di Celli-ni, restaurato, fosse ricoverato in Galleria e che al suo posto all'aperto mettessero una copia. Paolucci si oppose. Sono convinta che la statua nella Loggia dei Lanzi sta soffrendo, pur se è giusto non trasformare Firenze in una città di copie. Però all'estero lo fanno, a Parigi mettono le copie perfino delle statue de l'Opera che sono all'aperto. Su questo problema siamo a un bivio, temo che si sia imboccata una strada senza ritorno. Per il Perseo, mi auguro che il soprintendente abbia ragione e io torto. Mi si proponeva di togliere gli autoritratti dal Corridoio del Vasari, e non ero d'accordo io. Posso esprimere una puntina avvelenata?» Dica... «Mi trova perplessa tutta questa recente preoccupazione sul David all'Accademia, che si vorrebbe ingabbiare. Sono convinta che il clima dentro le nostre gallerie e musei non è l'ideale per le opere d'arte, anche per l'enorme massa dei visitatori e lo dico a ragion veduta, dato che ho fondato agli Uffizi un Dipartimento tecnologie avanzate, insieme con il Centro nazionale di ricerca e la Facoltà di Ingegneria dell'Università, per fare studi sul clima interno e dare dati concreti a chi farà l'impianto di climatizzazione e di speciali filtraggi dell'aria. Ma un'opera al chiuso è enormemente più al sicuro. Sotto la Loggia il Perseo sta peggio che in mezzo alla Piazza, perché non sarà esposto alle pioggie acide, che tuttavia lo dilavano, mentre sotto la Loggia si prende le rugiade acide, che lì ristagnano». Con Paolucci abbiamo un diverso concetto della tutela delle opere. Spesso ne è nato uno scontro ideologico Ho chiesto di restare ancora tre anni, mi hanno detto di no. Ma io continuo a dire lamia. Come per la questione del David...