A che serve un museo a Hong Kong, terra doppiamente bruciata, dal colonialismo e dalla speculazione edilizia? Ovviamente a intrattenere (entertainment), forse a educare (education), o a tutt'e due (edutainment). Ma edu-intrattenere chi? Evidentemente, non i cittadini ma le volatili folle di viaggiatori per affari o per turismo. S'innesta così sul tessuto di una città-limite quel movimento alla delocalizzazione dei musei che sta dando mille avvisaglie. Fallito (per ora) il progetto di fare del Guggenheim una sorta di meta-museo con tante sedi (cioè senza sede), e le opere in perpetuo viaggio, si parla di aprire qua e là «vetrine» dei maggiori musei del mondo. Non bastano più le mostre, dove vengono esposte singole opere, ma anche ampie scelte (per esempio, capolavori dell'Hermitage), badando sempre meno ai danni che possono venirne (per esempio ai dipinti su tavola). Presto vedremo una sezione del Louvre a Kyoto, un pezzo del British Museum a Brasilia, un segmento dell'Hermitage a Canberra? Il museo è travolto, volente o nolente, da un movimento mimetico verso le regole del mercato. Girano le merci, cadono i confini. Anche perle opere d'arte, tende a cadere il confine fra quelle sul mercato (che seguono i destini, e gli indirizzi, degli acquirenti) e le opere museificate che, in quanto «fuori mercato», sembravano più sedentarie. Ma anche le opere in museo sono sempre meno al sicuro: i musei americani (per esempio il MoMA) vendono alla chetichella qualcosa, magari per acquistare qualcos'altro. Per un residuo di pudore, non si usa la parola «vendita», ma l'eufemismo deaccessioning: proprio come (commenta H. Zerner) uccidere dei civili in guerra si chiama ormai collateral damage. La «vetrina» di un museo in un'altra città servirà a invitare i giapponesi a Parigi e i brasiliani a Londra, o prelude a una fase ulteriore, in cui «vetrina» non sarà più una metafora ma (letteralmente) una campionatura di mercé in vendita? C'è da temerlo, quando si sente dire che a questi musei-dépendance andrebbero destinate le opere «minori», quelle che nella concezione scientifica del museo vanno esposte a rotazione e devono essere visibili nella study collection come in quella, esemplare, della National Gallery di Londra. I musei italiani sono i più restii del mondo ad adeguarsi a questo trend, e per due ragioni, una cattiva e una buona. Prima la cattiva: perché i nostri musei sono ingessati in una crescente paralisi istituzionale, nel triangolo delle Bermude fra Stato, regioni e privato, e mostrano in genere scarsa capacità progettuale. La buona ragione è che i musei in Italia, più che in qualsiasi altro paese (tranne forse la Grecia), sono, persino quando accolgono collezioni private, espressione assai più del territorio che del mercato. Perciò il nostro sistema di tutela prevede le Soprintendenze, che tutelano sia il Caravaggio in chiesa che quello in museo (pessima idea scardinare questa essenziale unità coi "poli museali"). Perciò opere «alte» e «basse», nel museo e fuori, in Italia si legano in un tessuto organico, e spezzarlo vuoi dire impedirsi di capire. Se mai gli Uffizi, Capodimonte or Accademia di Venezia si dovessero aprire una «vetrina» a Hong Kong, non dovrebbe essere per contribuire alla moda dello sradicamento delle opere d'arte, della loro mercificazione sotto la dubbia bandiera dell'«arte per l'arte», ma solo per trasmettere e diffondere, con coscienza e con orgoglio, il modello italiano della conservazione contestuale, del nesso forte fra musei e città, del legame essenziale fra patrimonio culturale e cittadinanza. Sarebbe, se ne avessimo la capacità, una bella sfida.