Cinquant'anni fa lo straordinario rinvenimento di un notaio con il pallino dell'archeologia portò alla luce speciali composizioni policrome ospitate oggi nel museo di Ragusa Era il mese di maggio del 1962 quando il notaio Iozia, impegnato a coordinare i braccianti nei lavori agricoli stagionali della sua tenuta in contrada Pirrera, sulla provinciale Santa Croce Camerina-Punta Braccetto, aveva casualmente scoperto resti evidentemente archeologici: il professionista santacrocese era uomo colto e appassionato di storia patria, non ebbe alcun dubbio sulla valenza della fortuita scoperta, per la quale dovette ringraziare l'erpice del suo trattore. Il giorno stesso il notaio si preoccupa di segnalare il fatto alla Soprintendenza e pochi giorni dopo accompagna sul posto Nino Di Vita, archeologo, Cesare Zipelli soprintendente onorario per la Provincia di Ragusa, gli storici Filippo Garofalo ragusano e Calogero Augello santacrocese. Il 20 giugno iniziarono gli scavi ordinati dal soprintendente, Luigi Benabò Brea. A luglio gli scavi erano stati ultimati. Altri tempi, quando, complice la ancora ridotta attività edilizia divenuta poi febbrile specie per la costruzione delle seconde e terze case, il territorio ibleo era setacciato dagli archeologi (ma anche, allora come ora, dai tanti tombaroli alcuni dei quali hanno costruito notevoli fortune coi reperti di Kamarina e dintorni). Quella di cinquanta anni fa a Pirrera, brulla contrada nella quale sono però numerose le emergenze archeologiche, si rivelerà poi una delle più importanti scoperte in area iblea. In realtà si trattava di una ri-scoperta, perché la basilica di epoca bizantina era stata individuata già da Paolo Orsi alla fine del diciannovesimo secolo. I primi sondaggi confermarono l'importanza della scoperta alla presenza di Luigi Bernabò Brea, uno dei maggiori archeologi italiani di sempre. Si trattava di una chiesa cristiana a tre navate con presenza di mosaici per tutta la superficie calpestabile, oltre ad alcune tombe facilmente segnalate dalle lastre. Il 14 luglio gli scavi vennero chiusi. Gli archeologi restituirono alla luce i bellissimi mosaici policromi: geometrici, floreali, con figure di animali. Mosaici che vennero asportati dalla basilichetta con una tecnica allora all'avanguardia (oggi ritenuta pericolosa e comunque superata dalle tecnologie disponibili): sulle piccole tessere venne stesa una colata liquida di cemento a grana finissima. Dopo essersi asciugato ed irrigidito, il manto cementizio venne delicatamente asportato. I mosaici vennero portati a Comiso, presso il laboratorio allora attivo per il recupero ed il restauro dei famosissimi mosaici, rinvenuti nel 1934 nella piazza Fonte Diana e provenienti dalle sottostanti terme romane scoperte da Biagio Pace. A quel punto il dubbio su cosa farne, di quei bellissimi mosaici santacrocesi. "Non è da escludere che essi possano essere ricomposti e ricollocati al posto originario - scrive nel dicembre 1962 Gino Vinicio Gentili della Soprintendenza di Siracusa - ma ciò importerebbe grosse spese e grossi problemi e cioè l'esproprio del terreno su cui insiste la basilica, il consolidamento o il completo restauro della basilichetta, delle cui strutture si conservano pochi resti, oppure la costruzione di tettoie protettive e l'istituzione di un regolare servizio di custodia. Questa Soprintendenza - sostenne il funzionario siracusano - preferirebbe invece procedere alla ricopertura dei pochi resti murari della basilica rilasciando il terreno al proprietario per gli usi agricoli, e ricomporre i mosaici nel Museo archeologico di Ragusa". E così fu fatto. I mosaici vennero collocati al Museo archeologico di Ragusa, dove si trovano tuttora. 18052012