Due secoli di storia di un'azienda che ha vissuto da protagonista l'epopea dell'oro bianco delle Apuane Quando il Soprintendente regio Jean Baptiste Henraux capì che anche dentro le Apuane versiliesi c'era l'oro bianco, le cave aperte erano 11. Con lui si arrivò ad aprire 132 cave, con un totale compresi lavoranti al piano e scalpellini di 1600 addetti in azienda. I tempi sono molto cambiati, le moderne tecnologie hanno reso meno faticoso e più facile il lavoro di chi sta ancora in cava . Per questo oggi la Henraux di Seravezza con i suoi «soli» 130 addetti resta una delle aziende più grosse in termine di capitale umano di tutto il comparto apuo-versiliese. La ditta dal nome francese (ai tempi del Duce fu modificato, come accade, si parva licet, all'Internazionale di Milano) non ha vissuto solo di rose, fiori e marmo bianco. E i vari cambi di società lo certificano. Terribili furono gli anni del Fascismo. Le sanzioni bloccarono le esportazioni di marmo e non bastò implementare i monumenti e i palazzi in Italia per resistere alla crisi che si era abbattuta sul settore dopo il 1929. E pensiamo all'oggi con la conorrenza folle dei cinesi. Nel dopoguerra la Henraux finì nelle mani della famiglia Cidonio, ricchi costruttori edili di Roma. Che mandarono in Versilia, a gestire la società , il fratello Erminio, totalmente digiuno di marmo, ma non certo vuoto di idee. Fu lui che fra la metà degli anni Cinquanta e gli anni del Boom economico si circondò di grandi artisti. Un nome per tutti, quello di Henry Moore che si innamorò della Versilia tanto da comprare casa a Forte dei Marmi dove visse lumghissime estati, magari conversando con Marino Marino. Cidonio immaginò anche un magazine che raccontasse il rapporto fra artisti e marmo. Quella stessa rivista che la neonata Fondazione Henraux vuole di nuovo editare. Dopo i Cidonio ci fu una nuova crisi e la Henraux finì di fatto nella mani della Banca Commerciale Italiana. Che prese tutte le opere d'arte che avrebbero dovuto dare vita ad un museo Henraux. Una vicenda che per la Versilia è stato un autentico trauma. Tanto che negli ultimi vent'anni a tutti gli scultori che hanno lavorato nei laboratori e negli studi d'arte fra Pietrasanta e Querceta è stato chiesto, di donare una testimonianza della loro arte. E così da Viareggio a Seravezza fra piazze e rotonde trovate opere di Botero, Mitoraj, Pietro Cascella, Giuliano Vangi, Jean Michel Folon, Igor Mitoraj, Gio' Pomodoro. Un elenco lunghissimo che ora si arricchirà con le opere del premio riservato ai giovani scultori. Una collezione che dovrebbe costituire il nucleo originario del futuro museo Henraux.