La presidente del Fai Ilaria Buitoni Borletti: negli anni '60 c'era un clima solidale che non ho più trovato I genitori mi hanno insegnato che bisogna rimanere se stessi, anche quando la vita propone delle prove Ilaria Borletti Buitoni è decisa e generosa. Cresciuta in una famiglia dell'alta borghesia milanese, imprenditrice, è presidente del Fai, a cui va il ricavato del suo libro Per un Italia possibile (Mondadori). Grande viaggiatrice, vive fra Milano e Perugia; da 30 anni si occupa di no profit: «Per quindici anni, un mese all'armo sono andata in Kenya, come volontaria, in un ospedale. Lì ho imparato a condividere i miei privilegi». Se potesse scrivere la sua vita per capitoli come la suddividerebbe? «Uno lo dedicherei agli anni in cui ho vissuto in Inghilterra, dove facevo l'imprenditrice; un secondo al mio impegno sociale, che mi ha sempre accompagnato. Mi sono occupata di ristrutturare aziende e poi ho iniziato a gestire solo aziende no profit». Cosa le ha dato l'Inghilterra? «È un Paese pragmatico. Noi italiani siamo ideologici, gli inglesi cercano sempre la strada più efficace e questo nel lavoro aiuta e semplifica. Ho imparato il senso dell'attenzione al sociale, che non è pietismo: nel Regno Unito tutti condividono un impegno per le cause collettive». Un'immagine della sua infanzia che le piace ricordare? «Quando andavo a trovare mio padre alla Rinascente, e lui mi portava in giro nel grande magazzino. Ricordo l'atteggiamento che lo legava alle persone che lavoravano lì: non c'era ostilità. Erano i primi armi '60, eravamo ancora lontani dalle tensioni che poi hanno accompagnato il Paese per un decennio. Nella Milano di quel periodo ho vissuto un'atmosfera che non ho mai più ritrovato in Italia, si condivideva uno sforzo per ricostruire». I suoi genitori cosa le hanno insegnato? «A rimanere sempre quello che si è. Non si devono far ondeggiare i principi, le convinzioni, il proprio stile. Non dobbiamo dimenticarlo mai sia che la vita riservi uno scenario positivo sia che ti metta di fronte a delle prove». Come le hanno trasmesso il piacere di far cultura? «Con mamma prendevamo un classico - Dostoevskij, Thomas Mann - e leggevamo qualche suo dialogo, ognuno si sceglieva una parte. I miei mi portavano spesso al Teatro alla Scala; a casa, con mamma, cantavo le arie: un giorno facevo Turandot, un altro Violetta... Dobbiamo appassionare i bambini alla cultura senza annoiarli, solo così possiamo coinvolgerli». Un luogo che ha molto amato? «La Sicilia vi ho passato lunghi periodi di felicità. Mia madre è di origine pugliese, nei confronti del Sud provo un'affinità istintiva. Mi sento a casa quando arrivo in quelle terre, amo Ragusa, Agrigento, Lecce, Vendicaci...». Uno che vorrebbe salvare? «Pompei: è il nostro biglietto da visita, è impensabile che sia ridotta così. Vorrei anche salvare la Valle dei Templi ad Agrigento da ulteriori costruzioni che ne deturpano la cornice. Vorrei proteggere Villa Adriana a Tivoli: vogliono costruire una discarica vicino». È stata un'imprenditrice e oggi combatte per la tutela del patrimonio italiano. Perché questo cambiamento? «Sono sempre stata sensibile alla cultura, in casa nostra c'era una biblioteca di diecimila volumi, venivano a cena da noi Camus, Ionesco. Davanti a un monumento mi commuovo: la bellezza, i libri, i musei sono stati parte integrante della mia vita. Ho raccolto una passione personale e l'ho tradotta in una passione civile». Se avesse una bacchetta magica cosa cambierebbe nel nostro Paese? «L'atteggiamento. Lo slogan del Fai è: "Non si può proteggere ciò che non si ama". Da quasi quarant'anni abbiamo una classe politica che non ama il paesaggio, l'arte e l'enorme capacità di far cultura che il nostro Paese ha. Oggi ne cogliamo i frutti estremi». È cresciuta a Milano, quali sono stati i maggiori cambiamenti? «Quand'ero ragazza era una città con valori precisi, quasi protestanti Oggi la trovo involgarita, ha perso identità: la milanesità, quella caratteristica che la rendeva una città bonaria, solidale, impegnata, discreta. Queste doti si sono perse per lasciare il posto a un'ostentazione che non faceva parte della Milano che ho conosciuto». Oggi vive a Perugia. «E' una città bellissima e chiusa. È stata dominata da tre "chiese": quella cattolica, quella comunista e la massoneria. Perugia ha sempre vissuto soffocata e isolata anche per colpa dei trasporti. Fanfani fece costruire l'A1 verso Arezzo, nonostante Buitoni e altri industriali avessero cercato di opporsi». Cosa dobbiamo salvare di Bergamo? «Città Alta è un gioiello architettonico. E' una città colta, elegante, ben tenuta, consapevole del suo patrimonio. Spero termini presto il restauro dell'Accademia Carrara, un museo di importanza assoluta con quadri straordinari che tutti dovrebbero vedere». Ilaria Borletti Buitoni è nata a Milano nel 1955. Dal 2010è presidente del Fondo Ambiente Italiano. Ha diretto società nel settore editoriale e nell'high-tech