LA RIVOLTA DEGLI OPERATORI SULLE VOCI DI CANCELLAZIONE DELLA STRUTTURA. L'ULTIMA TURBOLENZA IN UNO SCENARIO POCO CHIARO GENERATO DAL FEDERALISMO E DALLA SCARSA TRASPARENZA SUI SOLDI PUBBLICI MESSI IN MOTO PER 1L SETTORE «Il turismo nei prossimi 10 anni potrebbe dare un contributo al Pil fino al 18, con la possibilità di creare 1,6 milioni di nuovi posti di lavoro», così Piero Gnudi, il ministro degli Affari Regionali, Turismo e Sport, aveva detto in una riunione dell'Osservatorio parlamentare per il turismo. II tempo è passato ma l'unica grande azione di risalto finora adottata è quella di cui si parla in questi giorni: cancellare del tutto il ministero. Il ministero del Turismo, abrogato da un referendum nel 1993, poi resuscitato dal premier Silvio Berlusconi, infine accorpato con gli Affari regionali e lo Sport dal governo Monti in un dipartimento senza portafoglio, rischia di scomparire di nuovo del tutto, tagliato via dalla spending review, la revisione della spesa che in vista del risanamento del bilancio pubblico punta a ottimizzare le uscite e a tagliare gli sprechi. Un puro ufficio alle dipendenze degli affari regionali: apriti cielo. Appena ha iniziato a circolare la voce è esploso il finimondo. Operatori, politici: è stato un susseguirsi di proteste. E' partita pure un'interrogazione al presidente del consiglio da parte dell'onorevole Elisa Marchioni, del Pd, che da tempo segue le problematiche del settore. l.'ennesima interrogazione nelle turbolenze del dicastero che si trascinano dai tempi di Michela Brambilla, ministro del Turismo nel governo Berlusconi. Tra regioni, enti e diramazioni tirare le somme su quanti soldi pubblici metta in moto il settore è alquanto complicato. Il ministro Gnudi si trincera dietro un diplomatico silenzio: niente conti, niente commenti, fanno sapere i suoi portavoce. Il momento è delicato, ovvio. La notizia ha riacceso il dibattito sulla governane, tormentata, di questo settore. Oggi tutto è delegato alle regioni, che sulla scia del più spinto federalismo si muovono ognuna per conto proprio. Il dicastero ha solo un potere di promozione, proprio quando, invece, servirebbe una strategia di paese di fronte al calo dei flussi stranieri. «Il turismo vale il 12 del pil, è un settore chiave per l'economia italiana e il suo rilancio e ha bisogno di una forte politica nazionale e visione unitaria», tuona Renzo Torio, presidente di Federturismo, associazione che fa capo alla Confindustria. Le proteste erano già riuscite a far rientrare la famigerata tassa decisa dal governo Monti sugli stazionamenti in porto delle barche turistiche, ora trasformata in tassa di possesso, con buona pace dell'Ucina, associazione di settore, che temeva la fuga del turismo nautico. Ma ogni mese c'è una. Recentemente la Corte costituzionale si è pronunciata contro il Codice del Turismo, varato dalla Brambilla lo scorso anno. E tutto è fermo, in attesa di nuove norme II federalismo, anziché risolvere i problemi del settore, sembra averli amplificati. Col risultato che l'industria dell'ospitalità, uno degli asset chiave dell'economia italiana, vive nel caos più totale. Prendiamo un esempio, la classificazione degli alberghi: «Ogni regione va per conto suo, le 3 0 5 stelle della Lombardia non corrispondono a quelle della Campania ma neanche a quelle toscane», racconta Elena David, presidente Aica, associazione italiana catene alberghiere, che fa capo a Confindustria. Manca, insomma, un benchmark di riferimento internazionale, proprio quando, avverte l'Istat, gli stranieri snobbano l'Italia per altre mete. Passiamo all' Enit, l'ente nazionale di promozione, pubblico, sorta di braccio armato della promozione del paese, in commissariamento dal 2009. Da poco è stato nominato alla sua guida Pierluigi Celli, manager di provata esperienza, ma la situazione è ancora in stallo. Si dice che il governo vorrebbe trasformare l'Ente in una Spa a controllo pubblico, alla quale conferire tutto il potere. Ma tutto è in alto mare: «Non sappiamo ancora nulla dell'operatività dell'Enit, in ballo c'è anche un decreto legge che fa riferimento all'unificazione con l'Ice, per cui opererà nelle ambasciate e nei consolati, ma siamo ancora a livello di decreto legge, che significa che passeranno mesi se non addirittura anni prima che si metta in moto tutto il meccanismo», incalza David. Il CdA dell'F.nit ha approvato a inizio maggio il bilancio consuntivo per l'esercizio finanziario 2011 e il bilancio previsionale 2012, che vede in discesa i finanziamenti statali passati dai 49 milioni di euro del 2009, ai 18 e passa nel 2012.«12 Maison de la France, il corrispettivo francese, ne riceve 150 milioni», evidenzia David. Pochi soldi in proporzione all'importanza del settore. E pure spesi male, secondo un'interrogazione del dicembre scorso di un altro deputato Pd, Ortano Giovanelli, che sulla base di segnalazioni delI'Asden, l'associazione sindacale dei dirigenti Enit, e della Cida, la Confederazione italiana dei dirigenti e delle alte professionalità, denunciava una cattiva gestione dei fondi, soprattutto per consulenze esterne ritenute non fondamentali. Quesito rimasto senza risposta. Ben altri interrogativi restano in aria. In particolare quelli relativi alle spese per Italia.it, il portale fortemente voluto dal ministro Brambilla, finito nell'occhio del ciclone, a colpi di interrogazioni e querele ai giornali che cercavano di fare i conti in tasca alla sua gestione. Ma allora con quale criterio si decidono i tagli? Una risposta, alternativa, l'ha trovata Elisa Marchioni, che nella sua interrogazione propone un'alternativa: «Per ottenere risparmi nell'ambito delle spese per il funzionamento del Dipartimento per lo Sviluppo e la Competitività del Turismo, pari a 2 milioni 799 mila 330 euro - racconta Marchioni - sarebbe sufficiente sopprimere la "Struttura di missione per il rilancio dell'immagine dell'Italia", duplicato dell'Enit, nell'ambito della Presidenza del Consiglio dei Ministri, con un risparmio di ben 1 milione 349 mila 330,92 euro annui oltre alle spese di funzionamento e la gestione delle attività; - sopprimere tre servizi di livello dirigenziale in fase di copertura nel Dipartimento per lo sviluppo e la competitività del Turismo con un risparmio di 360.000 euro, e altri due servizi di livello dirigenziale in fase di copertura nel Dipartimento per gli Affari Regionali e lo Sport, con un risparmio di 320.000 euro». Con buona pace del dicastero, che invece di un posto di rilievo allo Sviluppo economico, rischia di scomparire.
ROMA - Turismo, ancora tagli 4 milioni da recuperare nel caos delle spese.
Il ministero del Turismo è in pericolo di cancellazione, a seguito della spending review che punta a ottimizzare le uscite e a tagliare gli sprechi. Il ministero è stato già abrogato nel 1993, poi resuscitato dal premier Silvio Berlusconi e infine accorpato con gli Affari regionali e lo Sport. I politici e gli operatori del settore hanno espresso proteste contro la cancellazione del ministero, che considerano necessaria una forte politica nazionale e visione unitaria per il rilancio del turismo. Il turismo vale il 12% del PIL e ha bisogno di finanziamenti statali per essere promosso.
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