Il collasso del sistema dell'arte: il manifesto-choc di quattro docenti tedeschi Musei, teatri, biblioteche: è l'ora di chiudere chi produce soltanto costi Il titolo è efficace: Der Kulturinfarkt. Ovvero, «L'infarto culturale». Il tono è da pamphlet e, insieme, da inchiesta giornalistica: un incrocio tra la saggistica militante e le ricognizioni sui mali culturali. Ne sono autori Armin Klein (professore di management a Ludwigsburg), Stephan Optiz (professore di management culturale all'Università di Kiel), Dieter Haselbach (direttore del «Centro di ricerca sulla cultura» di Bonn) e Pius Knüsel (Direttore della Fondazione Pro Helvetia). Un feroce j'accuse, che ha suscitato accesi dibattiti in Germania. Der Kulturinfarkt descrive un collasso: l'offerta cresce sempre di più, mentre la domanda diminuisce. Il settore culturale è a un passo dall'infarto: «Ci sono troppe cose e sono quasi ovunque le stesse». Inutile avere nostalgie o rimpiangere stagioni lontane. Occorre muovere da una verità: si sta inaridendo il flusso di denaro pubblico che, per decenni, si era riversato su musei e teatri, fondazioni e convegni, rassegne e associazioni. Cosa fare? Continuare a pretendere i benefit del passato? O protestare? Oppure fingere di non vedere i sintomi dell'agonia in atto? Servono le maniere forti, per gli autori di Der Kulturinfarkt. La ricetta è drastica. Tagliare gli interventi dall'alto, per ridistribuirli secondo nuovi criteri. Ci si deve portare al di là dell'assistenzialismo. Abbandonare la politica delle sovvenzioni. «Affaticare» il sistema nel suo insieme: solo in questo modo sarà possibile immaginare una ripresa. Il discorso di Klein, Optiz, Haselbach e Knüsel muove dalla Germania. Un Paese virtuoso, che ha un ricco tessuto di infrastrutture: 6.000 musei, 140 teatri, 8.000 biblioteche. Dopo aver a lungo «supportato» questa pluralità di presenze, lo Stato deve compiere scelte impopolari. Non ricorrere a tagli miopi, che non tengano conto delle specifiche situazioni (come aveva proposto qualche ministro in Italia). Ridurre i sussidi, affidandosi a metodi più seri e rigorosi. Non dare ascolto alle pressioni delle singole «realtà», dedite per lo più a difendere privilegi consolidati, cristallizzate, autoreferenziali, prive di flessibilità. E non farsi neanche ingabbiare dentro un intellettualismo di tipo adorniano. Insomma, evitare la pratica degli aiuti a pioggia. Privatizzare o addirittura «eliminare» istituzioni che hanno scarsa tendenza all'autofinanziamento: chiudere la metà dei musei, dei teatri e delle biblioteche. E destinare i sussidi rimanenti a un numero ristretto di istituzioni. Per favorire il «passaggio» del 25 dei fondi pubblici a imprenditori indipendenti sensibili al mercato globale e impegnati per incrementare il consumo interno dei prodotti culturali. E, poi, ad artisti, a start up creative e digitali, a università nelle quali si studino le discipline «estetiche». Si devono potenziare quelle iniziative che, progressivamente, potranno raggiungere l'autonomia, l'«autarchia». Dunque, più qualità meno quantità. Per consentire allo Stato di concentrarsi sulla tutela del patrimonio artistico e storico, che va considerato non come un salvadanaio da svuotare, ma come un giacimento etico e civile; non come un archivio di idee senza tempo, ma come una «materia» che si trasforma continuamente. I monumenti, i musei, il paesaggio, secondo Klein, Optiz, Haselbach e Knüsel, appartengono a tutti, ed è dovere di chi governa conservarli e valorizzarli, aprendosi all'aiuto da parte dei privati, con agevolazioni fiscali e con altre strategie di sviluppo: una chance potrebbe consistere nella creazione di piattaforme di crowd-funding (promosse da normali cittadini). Pur attento solo al contesto tedesco, Der Kulturinfarkt affronta tematiche che potrebbero essere agevolmente «riambientate» nel nostro Paese. Che, tra la seconda metà degli anni Novanta e oggi, ha vissuto due fasi. Si pensi al fenomeno dell'«invasione» dei musei d'arte contemporanea. Dapprima, c'è stata la stagione dell'effervescenza. All'origine, c'è una felice intuizione dell'ex sindaco di Napoli, Antonio Bassolino, tra i primi ad aver capito che l'arte d'avanguardia può essere un efficace strumento per il rilancio di una città. Anche sulla scia di questa idea, sono nati il Pan e il Madre (a Napoli), Palazzo Riso (a Palermo), il Marca (a Catanzaro), il Man (a Nuoro), il Museo del Novecento (a Milano), il Macro e il Maxxi (a Roma) e tante esperienze a livello locale. Un'ondata che rivela un'autentica sensibilità civile da parte di alcuni amministratori: la necessità di difendere alcuni gesti «audaci» dalle logiche del mercato; il bisogno di rendere più accessibile alla comunità l'arte del nostro tempo; il desiderio di informare i cittadini sul divenire dei linguaggi attuali. Ci sono stati eccessi, sprechi. Così, all'ebbrezza è seguito il riflusso. Alcuni dati di questi ultimi mesi: la crisi del Pan, del Madre e di Palazzo Riso, il deficit del Maxxi, i problemi del Macro. Un declino espresso simbolicamente dall'incendio di alcune opere della collezione del Cam di Casoria. Siamo in piena austerity. Sempre più spesso, a imporsi è la convinzione secondo cui l'arte sia solo un buco che assorbe risorse già scarse, senza produrne altre. Si dimentica, però, che il sistema della produzione culturale, come ha sottolineato Pier Luigi Sacco, non solo è un meta-settore industriale, ma è anche, tra i comparti più grandi e redditizi del terziario avanzato, con un fatturato pari al doppio di quello delle aziende automobilistiche. Eppure, queste verità sfuggono. Si preferisce adottare una prospettiva priva di coraggio e di lungimiranza. Come uscire da questa condizione? Si possono imboccare tante strade. Ad esempio, ci si potrebbe riferire a quanto accade in Francia, dove da anni si stanno sperimentando forme di azionariato diffuso e popolare: con circa 7.000 membri, la «Société des Amis du Louvre», come ha osservato Marc Fumaroli, è «il principale mecenate privato con una media di 4 milioni di euro l'anno». Ogni cittadino può entrare in istituti come questo, avvantaggiandosi della possibilità di detrarre dalle tasse il 66 di quanto regalato al museo (le imprese arrivano fino al 90). Inoltre, determinante sarebbe una ridefinizione corretta dei rapporti tra pubblico e privato. Da un lato, il pubblico: deve impegnarsi in ambiti che non garantiscono sicuri margini di profitto, eppure decisivi per alimentare ricerche innovative. Dall'altro lato, il privato: deve sostenere attività affini ai suoi settori d'intervento e fornire capitali per lo sviluppo di segmenti culturali strategici (illuminante la collaborazione tra Bmw e Guggenheim di Berlino). Ma, forse, la questione è più delicata di quanto ritengono molti economisti. Come affermano gli autori di Kulturinfarkt, lo Stato dovrebbe iniziare a dirottare importanti risorse anche sulla formazione: sulle università «artistiche». Perché, in fondo, è proprio questa la scommessa: investire sulla scuola. Ecco la battaglia da combattere. Nell'epoca dell'«intelligenza di massa», la sfida è: alfabetizzare in un'ottica contemporanea, trasmettendo solidi valori morali e intellettuali. A tal proposito, potremmo ricordare quanto ha scritto Alessandro Baricco in un articolo di qualche anno fa: «Smettetela di pensare che sia un obiettivo del denaro pubblico produrre un'offerta di spettacoli, eventi, festival: non lo è più. (...) Quei soldi servono a una cosa fondamentale, una cosa che il mercato non sa e non vuole fare: formare un pubblico consapevole, colto, moderno. E farlo là dove il pubblico è ancora tutto, senza discriminazioni di ceto e di biografia personale: a scuola, innanzitutto».
Corriere della Sera
13 Maggio 2012
L'infarto della cultura
VI
Vincenzo Trione
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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