Walter Santagata insegna Economia della cultura «Il primo obiettivo: snellire l'offerta» Walter Santagata è nato a Montegrosso d'Asti (provincia di Asti) nel 1945. Si laurea in Legge all'Università di Torino. Attualmente è docente di Economia della cultura e di Scienze delle finanze alla Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Torino. Tra i suoi libri: «Atmosfera creativa» (scritto con Enrico Bertacchini), Il Mulino (2012); «Libro bianco sulla creatività. Per un modello italiano di sviluppo», Edizioni Università Bocconi (2009); «La fabbrica della cultura. Ritrovare la creatività per aiutare lo sviluppo del Paese», Il Mulino (2007) E' facile accusare una certa arroganza, spesso ispirata dalla politica, e l'assenza di controlli ex-ante sui deficit delle esposizioni temporanee dei musei. Ma le cose, a mio giudizio, sono più complicate e l'enfasi sembra mal posta. Se si vuole mettere ordine nell'organizzazione dell'offerta museale, la sequenza delle priorità inizia con il numero, forse eccessivo e incomprensibile dei nostri musei, e poi continua, senza per altro arrestarsi, con i costi a volte inutilmente esorbitanti delle esposizioni temporanee. Che a Torino si sia arrivati negli ultimi anni alla ragguardevole cifra di più di 50 musei, alcuni dei quali solo espressione di interessi di nicchia e incapaci di dialogare con la comunità dei cittadini; che lo Stato finanzi più di 240 musei e siti archeologici statali, appunto, alcuni dei quali molto esigui per numero di visitatori paganti, destinati a deficit cronici e incapaci di esprimere una politica culturale; che in Italia ci siano più di 3.500 musei, spesso marginali o improduttivi doppioni, mi sembra a dir poco esagerato e poco efficiente in un momento di profonda crisi economica e di sacrosante review di spesa Anche nella logica dell'attuazione di una riforma culturale federale un primo risparmio e controllo sui costi si fonda su un processo di riduzione del numero dei musei, non necessariamente attraverso la loro cancellazione, ma tramite fusioni, accorpamenti e virtuosi matrimoni. I nostri musei sono inutilmente numerosi e con una capacità di produrre cultura spesso inadeguata e indipendente dal loro volume e numerosità. II primo posto in agenda è, quindi, occupato dallo snellimento della struttura dell'offerta museale con metodi che, pur preservando il valore della varietà, siano in grado di diminuirne i costi totali. In questo nuovo contesto può avere senso occuparsi delle mostre temporanee e dei loro costi. Ricordando però, che le mostre non sono un'appendice marginale del museo. Senza mostre il museo è muto, non ha voce per fare nuovi discorsi, in altre parole, in assenza di nuove mostre perché un visitatore dovrebbe ritornare al museo, come può un museo sviluppare un discorso culturale con i suoi appassionati utenti, intrecciare un dialogo con il territorio e la comunità che lo ospita e in qualche modo lo alimenta? Si tratta quindi di riconoscere un valore reale al ruolo delle esposizioni temporanee. È noto che organizzare una mostra è una scelta molto costosa, ma ha senso dire al direttore del museo: sì, ti finanzio la mostra che proponi, ma solo se mi garantisci il pareggio di bilancio? Si dimentica che nel mondo della produzione culturale, si pensi al cinema, una regola d'oro è: nessuno conosce alcunché e che il rischio di insuccesso è una opzione sempre in agguato. In molti casi si spende tantissimo, ma nonostante ciò i risultati non corrispondono alle preferenze o ai gusti del pubblico e ci si trova di fronte a un fiasco clamoroso. E poi bisognerebbe fare un discorso un po' più generale. Il bilancio della cultura è davvero solo monetario? È solo un problema di pareggio tra dare e avere finanziari? Credo vi sia molta miopia in questa posizione, perché è vero il contrario: che il costo della in-cultura è un costo sociale insopportabile. Purtroppo il mercato è incolto, appiattito sulle entrate monetarie immediate, incapace di vedere gli effetti futuri positivi di buone politiche culturali. Il mercato, allora, non può essere invocato come la sola guida per le scelte culturali, e tra queste per le politiche delle esposizioni temporanee. I bilanci si fanno alla fine e per la cultura i tempi sono inevitabilmente lunghi.