L'architettura è scaturita dalla necessità. Non foss'altro che per questa genesi, la funzionalità resta uno dei requisiti basilari della qualità del costruire in ogni epoca. La mitica capanna primordiale - eretta dall'homo sapiens con estrema essenzialità logica - fu descritta da Vitruvio nel secondo libro del De Architectura per indicare l'archetipo che ha dato origine all'evoluzione delle forme architettoniche. Tant'è che, pur nelle innumerevoli metamorfosi, il principio dell'utilitas è perdurato a segnare il limite, ma al tempo stesso anche il fascino del progetto. Parafrasando Louis Kahn, la differenza tra l'assoluta libertà inventiva di un artista e l'ideazione vincolata all'uso di un architetto sta proprio nel fatto che un pittore può disegnare (se vuole) una ruota quadrata; un architetto invece no (perché in forma quadrata non funziona). Tuttavia, se è vero che l'utilitas è un postulato senza tempo, resta altresì innegabile che l'architettura - per essere valida - non può eludere la venustas: terzo e decisivo parametro della triade vitruviana. L'essenza dell'architettura non può infatti essere ridotta al mero utilitarismo, alla pura e semplice soluzione di esigenze pratiche, ma risponde a un bisogno più profondo dell'uomo : costruire la qualità dell'abitare. L'equazione utile-bello - benché periodicamente riaffiorante come un fiume carsico nella cultura occidentale - non regge alla verifica più elementare. Si pensi al leggendario naso di Cleopatra. La bellezza del naso non si giudica in base alla funzionalità respiratoria (data per scontata), bensì per la finezza della forma in rapporto ai lineamenti del viso. Non v'è mai stata una stretta coincidenza tra funzionalità e bellezza. Anche un oggetto brutto può rispondere perfettamente alla finalità d'uso. «Nulla cosa metter si dee in rappresentazione che non sia anche veramente in funzione» è il celebre motto del Lodoli che segnò la linea teoretica dell'estetica rigorista nel Settecento. Altrettanto famosa è l'asserzione di Horatio Greenough - «La forma segue la funzione» - eletta a emblema dalla tendenza funzionalista del Movimento Moderno . Questi aforismi possono valere come orientamento poetico, ma non hanno fondamento di verità. Come ha dimostrato Theodor Adorno, in un saggio sul Funzionalismo (oggi in Parva Aesthetica), anche quelle opere emblematiche della modernità la cui «forma» è ostentatamente adeguata alla destinazione d'uso, a ben vedere, non seguono la «funzione», bensì «l'estetica della funzionalità». Del che era lucidamente consapevole Le Corbusier, che ha scritto: «L'Architettura è al di là dell'utile. L'Architettura è un fatto plastico. La passione fa di pietre inerti un dramma». Abbandonando dunque la velleità di appagare con la funzionalità l'ansia di certezze estetiche, viene allora da chiedersi : che cos'è la bellezza nell'ambito dell'architettura ? In altri termini : esistono parametri condivisi per misurare il gradimento di una composizione architettonica ? E ancora : dai trattati pervenutici dalla storia si può distillare un contenuto minimo di teorie trasmissibili? A questi interrogativi si può rispondere solo con altri interrogativi, in un'intermibabile spirale di pensieri. Tuttavia nessun architetto degno di questo nome può rinunciare a porsi tali domande, pur dando per acquisita (dopo Hume, Kant ed altri) la «relatività del gusto». Nella pluralità degli orientamenti attuali, il modo stesso di relazionarsi a tali temi qualifica la propria scelta poetica. A prima vista, nello scenario contemporaneo sembra prevalere la deriva «formalistica» alla ricerca del successo narcisistico. Non dobbiamo però scandalizzarci per il fatto che le riviste patinate esaltino le architetture spettacolari degli «archistar», eclissando deliberatamente i temi «etici» del moderno (dalla questione delle abitazioni alla poetica della razionalità). Philip Johnson, grande guru delle mode culturali, era ben consapevole imporre al mondo una nuova egemonia teoretica quando nel 1988 tenne a battesimo nel Moma di New York la Deconstructivist Architecture, vale a dire l'ultimo ismo del Ventesimo secolo interpretato dai «magnifici sette»: Peter Eisenman, Frank Gehry, Daniel Libeskind, Rem Koolhaas, Zaha Hadid, Bernard Tschumi e lo studio Coop Himmelblau. Eppure, se analizzate senza moralismi, le opere degli «archistar» rivelano la loro perfetta rispondenza all'inequivocabile domanda di architetture di «eccellenza». È la stessa committenza pubblica a chiedere questa Wunder-architektur, giocata sullo «stupore» ereditato dalla tecnica dello choc dell'arte d'avanguardia e talvolta dalle trovate della pubblicità. Va da sé che i colossali «giocattoli», destinati a incantare il puer aeternus che si aggira nella folla dei turisti, hanno costi a loro volta enormi. Ma, nell'analisi costi-benefici, l'investimento del Museo Guggenheim di Frank Gehry a Bilbao ha dimostrato la sua incontrovertibile convenienza. Tuttavia, come in ogni altra epoca, ancor più forte del desiderio della meraviglia resta a tutt'oggi decisiva la domanda della «qualità diffusa». Noi abbiamo bisogno architetti che sappiano concepire anche costruzioni logiche, minime, silenziose, prive di enfasi. Torna alla mente un celebre brano di Eupalinos ou l'Archiecte di Paul Valery. Nell'immaginario dialogo, Socrate chiede al suo amico architetto: «Dimmi, poiché così sensibile agli effetti dell'architettura, non hai osservato, camminando nella città, come tra gli edifici che la popolano taluni siano muti, e altri parlano, mentre altri ancora, che sono più rari, cantano». Se tutti gli edifici pretendessero di essere «lirici», la scena urbana diventerebbe assordate. Mi auguro di non dover mai vivere in una città interamente disegnata dalla virtuosistica fantasia degli «archistar». (2. Fine. La puntata precedente è stata pubblicata il 20 gennaio 2005)