Durante una seduta dell'Accademia delle Scienze nel 1886 Gilberto Govi, direttore del Gabinetto di Fisica, comunicò di aver ritrovato (quasi per caso) tra gli strumenti del Gabinetto una cosa preziosa. Si trattava di una lente per cannocchiale lavorata nel 1645 da Evangelista Torricelli, grande fisico e matematico (ma anche tecnico appassionato), discepolo e continuatore dell'opera di Galileo Galilei. Diceva Govi: «Una lente lavorata da Torricelli, per quanto logora e fuor d'uso, è pur sempre un oggetto di sommo interesse per la Storia della Scienza». Quindi si attivò per far "ripulire come meglio fu possibile quella preziosa reliquia, per conservarla a gloria della nostra Università". Sono quattro le lenti di Torricelli che ancora si conservano nel mondo. Quella ritrovata da Govi ha il diametro più grande (111 mm) e la luminosità maggiore. La lente fu poi (nuovamente) dimenticata. Solo nel 1984 è stata riscoperta tra gli oggetti del Dipartimento di Scienze Fisiche della Federico II e studiata. Le altre tre lenti di Torricelli si conservano nel Museo dell'Istituto di Storia della Scienza di Firenze. Oltre alla qualità delle caratteristiche ottiche, ciò che rende preziosa e unica la lente di Torricelli conservata a Napoli è il fatto che essa porta incisa sul bordo del vetro la scritta: Vangelista Torricelli fece in Fiorenza per comnd.to di S. A S.ma. Si sa che Torricelli usava firmare solo sul diaframma oppure sui tubi dei cannocchiali. Cosicché viene da pensare che lo scienziato attribuì alla lente una particolare importanza. Forse era riuscita così bene che volle differenziarla dalle altre. La lente di Torricelli fa parte del nucleo più antico della Collezione del Museo di Fisica, che si può far risalire alla venuta nel 1734 di Carlo di Borbone per insediarsi sul trono di Napoli. Questo straordinario oggetto è solo un esempio tra i circa 600 strumenti di grande valore storico che saranno esposti nel Museo. Custoditi con particolare cura e sapienza sino ad oggi dal Dipartimento di Scienze Fisiche della Federico II. È perciò motivo di grande soddisfazione il fatto che da oggi il Museo di Fisica si insedi negli splendidi locali restaurati dell'ex refettorio del Collegio Massimo dei Gesuiti in via Mezzocannone. È un ritorno alle origini. Un ritorno nell'area che ospitò la prima sede del Gabinetto di Fisica della Reale Università di Napoli istituito nel 1811 da Gioacchino Murat. Si tratta di locali di particolare interesse storico ed architettonico, costruiti nella seconda metà del Seicento su progetto di Dionisio Lazzari. Nel 1768 il Collegio Massimo, dopo l'espulsione dei Gesuiti, fu destinato a scuole pubbliche con la denominazione di "Casa del Salvatore" e, nel 1777, ad Università. Nell'Ottocento il refettorio è stato utilizzato come aula magna, fino al trasferimento del Rettorato nella nuova sede al Corso Umberto I. Da quel momento è cominciato il progressivo decadimento della struttura che, nel '900, era diventata un laboratorio di esercitazioni. Finalmente, dopo il restauro operato a cura dell'Università, i locali tornano all'antico splendore. Nella sala troverà sistemazione anche la grande tavola cinquecentesca di Marco Pino da Siena, eseguita per la chiesa del Gesù Vecchio. Ma ritorniamo al Gabinetto di Fisica, cui si può idealmente far risalire l'origine del Museo. La dotazione di strumenti del Gabinetto crebbe subito con l'acquisizione di macchinari del Reale Collegio Militare. Ancor di più con l'acquisto di collezioni private come quella del Principe di Tarsia, le cui sale erano aperte a lezioni di fisica ed esperimenti scientifici. Un grosso balzo in avanti fu compiuto quando nel 1845 si tenne a Napoli il VII Congresso degli Scienziati. Furono acquisite apparecchiature di gran pregio. Apparati elettromagnetici fatti costruire a Firenze e pile ed apparecchi elettrodinamici costruiti in Francia. La parte più pregiata della collezione deriva, però, dalla eccezionale raccolta del Gabinetto Reale. Voluto da Ferdinando II, contava circa 300 pezzi ed era annesso alla Reale Biblioteca quale luogo di studio e di ricerca. All'atto dell'unità d'Italia il Gabinetto di Fisica dell'Università ereditò la superba collezione di strumenti, in gran parte realizzati in Francia ed in Inghilterra (per fortuna non finì in un Ateneo piemontese!). E di tale collezione facevano parte, ad esempio, la lente di Torricelli ed una meridiana d'argento realizzata nel 1769. Di particolare pregio tra gli strumenti presenti nel Museo vi sono quelli ideati o realizzati da Macedonio Melloni. Grande fisico parmense, fu chiamato a Napoli da Ferdinando II di Borbone per dirigere l'erigendo Osservatorio Vesuviano. Conobbe più volte la via dell'esilio per le sue convinte posizioni liberali. Il Museo di Fisica custodisce tutta la strumentazione che Melloni utilizzò a Napoli per lo studio della radiazione termica. Tra i suoi strumenti un pezzo unico al mondo: una grande lente a gradinate del diametro di 120 centimetri costruita a Parigi nel 1845 da Henry Lepaute per eseguire misure sul calore proveniente dalla luna. Sotto la direzione di Melloni, e con la collaborazione del costruttore Lepaute, durante la reggenza di Ferdinando II, a partire dal 1842, fu rinnovato il sistema dei fari delle coste del Regno, sostituendo gli specchi riflettori con le lenti a gradinata. Quanto resta dello straordinario patrimonio del Gabinetto di Fisica (che sulla base di dati di archivio arrivò a 1300 oggetti) arriva a noi ed è disponibile alla città ed al mondo intero, grazie alla tenace, colta e raffinata cura dei colleghi dell'odierno Dipartimento di Scienze Fisiche. Avendo resistito a guerre, incuria e talvolta al disamore. Nel 1983 il materiale giaceva negli armadi della vecchia sede di via Tari dell'Istituto di Fisica Sperimentale. Fu trasportato nell'aula Rodi alla Mostra d'Oltremare. Lì cominciò il lavoro di recupero di tanto prezioso materiale. L'opera di catalogazione è dovuta alla passione di Ezio Ragazzino, Raffaele Rinzivillo, Edvige Schettino e Santi Mancuso. A tutti loro un grazie di cuore per quanto hanno fatto e faranno. A Giovanni Paternoster ed Edvige Schettino, che hanno diretto con grande competenza il Museo, un ringraziamento particolare perché dai loro scritti ho attinto molto per questa breve nota.