La Curia: «Aprirne una al mese? Occorre valutare bene a chi affidarle» Il direttore Beni culturali della diocesi «Grazie al bando del cardinale Sepe abbiamo ricevuto circa 150 manifestazioni di interesse. Le chiese di S. Giovanni Maggiore e Ss. Cosma e Damiano già affidate all'Ordine degli ingegneri» Il sovrintendente del Polo museale, Fabrizio Vona, ha annunciato di voler aprire le duecento chiese abbandonate del centro storico di Napoli. «Magari una al mese ha poi accennato pure per tre ore a settimana. Senza finanziamenti, meglio accontentarsi di un monitoraggio di prossimità, che faccia tornare in vita luoghi d'arte negati al pubblico». Il direttore dell'Ufficio beni culturali della Diocesi di Napoli, padre Eduardo Parlato, allarga le braccia: «Volesse il Cielo si augura ma credo che il sovrintendente Vona abbia preso a riferimento tempi non proprio brevissimi, ma diciamo a partire dal 2015. Quando, verosimilmente, avremo valutato nel dettaglio tutte le manifestazioni di interesse che abbiamo ricevuto». Il bando al quale riconduce padre Parlato è quello pubblicato dal cardinale, Crescenzio Sepe, in occasione del Giubileo per Napoli. L'affidamento in comodato di chiese, cappelle, sedi di confraternite chiuse e abbandonate, ad associazioni, ordini professionali, enti sociali e culturali, previo impegno a curarne la manutenzione e gli eventuali interventi di ristrutturazione. Un'iniziativa che ha già fatto registrare circa centocinquanta manifestazioni di interesse. «E' stato istituito un gruppo di lavoro aggiunge padre Parlato composto dal vicario episcopale, due tecnici e da me che sta valutando ogni richiesta. Al momento abbiamo affidato le chiese di San Giovanni Maggiore e dei SS. Cosma e Damiano ai Banchi Nuovi all'Ordine degli ingegneri». Secondo un elenco preparato dalla curia arcivescovile di Napoli, nel centro storico (comprensivo dei quartieri Pendino, Porto, San Giuseppe, San Lorenzo, Vicaria e Mercato) sono 79 le chiese «attive», vale a dire aperte al culto. Quelle chiuse sono 75. Le chiese ridotte ad uso profano in cui viene svolta attività non di culto sono 49. Un censimento dettagliato, nel quale non si trascura, tuttavia, un altro fondamentale aspetto: quello problematico della identificazione proprietaria. Per alcuni luoghi di culto, infatti, non è stato possibile risalire ad alcuna origine, tanto che risultano essere 26 le chiese di proprietà non documentata. Quelle riconducibili a enti ecclesiastici sono 113 (di cui 12 dell'Arcidiocesi; 6 delle parrocchie; 83 delle Confraternite; e 7 degli istituti religiosi). Venti sono le chiese di proprietà del fondo edifici di culto del ministero dell'Interno. Quindici quelle del comune di Napoli. Undici del demanio dello Stato. Diciassette di altri enti odi proprietà privata. Una di proprietà della Chiesa ortodossa. Insomma, un enorme patrimonio. «Speriamo sottolinea il direttore dell'Ufficio beni culturali della Diocesi di Napoli che quanto prima riusciremo ad avviare i lavori di recupero di quelle chiese coinvolte nel programma Unesco che si trovano nel decumano maggiore. Ma attendiamo trepidanti che venga approvato il programma in sede europea e che qui a Napoli si incominci a muovere qualcosa, altrimenti come si fa? Di recente siamo riusciti a dare impulso all'avvio dei lavori di recupero e di ristrutturazione delle chiese di Sant'Agostino alla Zecca e dei SS. Severino e Sossio all'Archivio di Stato. È precipua volontà del cardinale restituire questi preziosi luoghi di culto alla città e a tutti i napoletani». Occorre ancora del tempo per vagliare tutte le richieste giunte alla commissione prima di affidare l'uso in comodato delle chiese del centro storico. Ma, al di là dell'obbligo, a carico degli affidatari, di mettere questi immobili in sicurezza e di migliorarli, quali sono i criteri dirimenti per assegnarne l'uso? «Certamente l'affidabilità dell'associazione richiedente risponde padre Eduardo e la garanzia che possa far fronte agli impegni di restauro e ristrutturazione. Non si transige sul fatto che queste chiese resteranno luoghi di culto e che, eventualmente, l'associazione alla quale sarà concesso l'uso dovrà collaborare e condividere ogni iniziativa con il parroco assegnato alla chiesa. Se dovessero esserci più richieste per lo stesso luogo da recuperare, allora spetterà al cardinale l'ultima parola». Nell'elenco che censisce le chiese del centro storico di Napoli compaiono anche alcune, come l'Assunta dei Cento sacerdoti in via Ss. Filippo e Giacomo, di proprietà non documentata, oggi divenuta un'autorimessa; stessa sorte per la chiesa di Sant'Arcangelo degli Arcamoni, in via Arte della lana. O quelle definite «irriconoscibili» come San Pietro a Fusariello in via Grande Archivio e Santa Lucia a Porta San Gennaro, in via della Consolazione. San Salvatore agli Orefici addirittura è diventata una osteria. San Giovanni da Capestrano, in via Medina, di proprietà demaniale, ospita gli uffici della questura. Ss. Francesco e Saverio in via Ss. Francesco e Cristoforo è stata trasformata in negozio. La cappella di Santa Maria dell'Assunta in vico Fico Purgatorio ad Arco un'abitazione privata. E nella stessa chiesa di Santa Maria del Popolo agli Incurabili appena aperta per il Maggio dei Monumenti superfetazioni e occupazioni abusive oggi costringono le autorità a faticose ricerche documentarie per riaffermare il proprio diritto a rientrare in possesso di ciò che con gli anni è stato illegalmente sottratto alla pubblica disponibilità. Insomma, l'auspicio di Vona genera entusiasmo. Ma speriamo che tutti gli sforzi annunciati non evaporino come bollicine.