Nel 1957 il complesso dei Girolamini venne chiuso per lo scandalo scoppiato dopo la denuncia di vere e proprie spoliazioni, per cui si parlò del furto del "Tesoro dei Girolamini". Che cosa era accaduto? A padre Bellucci erano subentrati padre Martinelli, in qualità di superiore del convento, e padre Visco, come economo. Costoro nel 1957 licenziarono il custode del convento, Francesco Prudente, il quale presentò una denuncia contro di loro accusandoli di aver fatto scomparire buona parte del "Tesoro". Venne richiamato dallautorità giudiziaria padre Bellucci, il quale dovette molto dolorosamente stilare una relazione di ben 200 pagine, che costituiva un dettagliato inventario delle opere darte trafugate. Risultava spogliata dei dipinti del Cinquecento e del Seicento la sala della Quadreria, che era anzi stata affittata come laboratorio di falegnameria. Da tali locali quasi ogni notte veniva esportata la refurtiva trasportata anche con autocarri. Padre Bellucci elencò antiche sculture di bronzo e legno, codici miniati rarissimi, 400 pezzi di oreficeria (busti di santi, calici, ostensori, reliquari, candelieri e lampadari, tra cui una favolosa croce doro e cristallo di rocca attribuita a Benvenuto Cellini), perfino la campana di bronzo e lorologio del campanile. Egli stimava che il valore delle opere darte rubate ammontava a oltre un miliardo di lire. Il soprintendente Molaioli nel processo del 1959 confermò le accuse e le stime di padre Bellucci. Nel 1965 la Corte dAppello di Napoli condannò i due religiosi, che intanto erano stati rimossi, a 4 anni e 2 mesi di reclusione. Dal processo emerse che i traffici e il mercimonio erano avvenuti con la complicità di rigattieri napoletani e no (che furono però condannati solo per ricettazione). Invece non risulta dalle carte del processo che i due padri oratoriani avevano attitudini peculiari: uno era gay, laltro era caratterizzato da un formidabile appetito sessuale. I rigattieri, ingegnosamente (e diabolicamente), secondarono con par condicio entrambe tali caratteristiche. E nel ricordato laboratorio di falegnameria alternavano le loro prestazioni due prostitute e adolescenti di sesso maschile. Del primo padre nel quartiere erano note le attitudini, era infatti popolarmente definito «difettoso». È giusto però dire qualcosa anche nel bene degli Oratoriani. Si racconta di un padre Spada, integerrimo. Sembra che negli anni Settanta egli fu indotto in tentazione peccaminosa da una donna nel confessionale. Abbandonò il convento, facendosi missionario. Ricordo poi personalmente il severo padre Ferrara, bravissimo suonatore dellorgano della chiesa. Non faceva accedere nessuno alla Biblioteca monumentale. Fece uneccezione per Sua Maestà Riccardo Muti, accompagnato da alcuni musicisti stranieri. È scomparso nel 2010. Ho conosciuto anche padre Gennaro Borrelli, studioso, che scrisse un libro sulla storia del complesso dei Girolamini. Poi decise di dedicarsi alleducazione dei ragazzi di strada e fondò negli anni Settanta la "Casa dello Scugnizzo" a Mater Dei. La finanziava rivendendo vecchi mobili e oggetti, di cui i napoletani si liberavano in occasione di sfratti o traslochi. Poi gettò la tonaca alle ortiche, si sposò con una straniera e si trasferì non so dove, forse in America. Ho saputo che è morto. Era una persona speciale. Lultimo personaggio dei Girolamini è lineffabile "bibliotecario" Massimo De Caro, che ha riempito le cronache dei giornali nello scorso mese. Per telefono mi dette appuntamento alla Biblioteca il 19 aprile scorso perché voleva in quella sede difendersi dalle accuse che gli venivano mosse anche da Italia Nostra. Quel giorno non ho trovato lui, ma i carabinieri che aveva sequestrato la Biblioteca su ordine della Procura di Napoli. Ora attendiamo che presto si faccia luce sui furti più recenti nella grande biblioteca dove lavorò Giambattista Vico.
NAPOLI - GIROLAMINI, VIZI E VIRTÙ ALLOMBRA DEI TESORI
Nel 1957, il complesso dei Girolamini a Napoli fu chiuso a causa di uno scandalo di spoliazione. Il custode del convento, Francesco Prudente, denunciò che il superiore del convento, padre Bellucci, e l'economista padre Visco, avevano licenziato il custode e avevano fatto scomparire il "Tesoro" del convento. Il padre Bellucci dovette stilare una relazione di 200 pagine che elencava le opere d'arte trafugate, tra cui dipinti del Cinquecento e del Seicento, sculture, codici miniati e oggetti d'oreficeria. Il valore delle opere d'arte rubate era stimato a oltre un miliardo di lire.
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