In due anni i numeri si sono triplicati; entro il 2012 si arriverà a quota mille. È una corsa ai "certificati verdi" Il rischio è la speculazione sulla produzione per godere degli incentivi e risparmiare sulla costruzione Il biogas, tra le fonti energetiche rinnovabili, sta cominciando a creare più problemi che vantaggi. Soprattutto da quando è diventato la nuova gallina dalle uova doro per lagroindustria. La questione è spinosa, unaltra bella opportunità si sta sprecando nel nome delle speculazioni permesse dalla legge e incentivate con i soldi pubblici, i nostri. In due anni gli impianti si sono triplicati, e supereranno i mille a fine 2012. Sfruttano liquami e sottoprodotti agricoli, o anche prodotti appositamente coltivati, come il mais. Sono per lo più grandi, i più insostenibili, fatti per vendere energia. È in atto una vera e propria corsa al biogas agricolo, giustificata dallinseguimento dei cosiddetti "certificati verdi". Chi produce energia elettrica avrà diritto, se il suo impianto sarà messo a cantiere entro la fine del 2012 (nel 2013 si cambierà un poco), a vedersi riconosciuto un prezzo di 0,28 centesimi al kilowatt contro gli 0,07 del prezzo di mercato. Così i cittadini pagano due volte lelettricità. Un impianto da un megawatt (il massimo ammissibile per ottenere i certificati verdi) è un investimento di circa 4 milioni di euro ammortizzabile in 3 o 4 anni, che poi darà una rendita netta di un milione di euro allanno. Allettante per chi fa sempre più fatica a guadagnare con lagricoltura o lallevamento. Il nuovo decreto sulle rinnovabili, in vigore dal 2013, prevede tagli degli incentivi alle forme di energia "verde" per «allinearli a quelli europei», ma in realtà per il biogas non saranno consistenti, restando su una soglia variabile ma sempre molto conveniente. Cè dunque da presumere che la corsa non si fermerà dopo il 2012. Chi viaggia attraverso Piemonte, Lombardia ed Emilia probabilmente avrà già visto a margine di alcuni campi due grandi cupole affiancate, spesso colorate di verde. Sono i "digestori" degli impianti, in cui simmettono le biomasse (liquami zootecnici, letame, sfalci agricoli, scarti di produzione, ma anche insilati e coltivazioni) affinché siano trasformate da dei batteri. Questi rilasciano metano, il quale serve a generare energia elettrica con un motore (che produce anche calore), e intanto avanzano un "digestato" che può essere utilizzato come ammendante o concime nei campi. In teoria il ciclo è perfetto: si usano scarti per produrre energia che può servire allazienda stessa ed essere venduta se in eccedenza. E ciò che avanza si può ancora utilizzare. Sarebbe ottimo se limpianto fosse piccolo, confinato allinterno del ciclo produttivo aziendale, ma visti i prezzi che spunta lenergia è diventato molto conveniente fare impianti grandi, da parte di consorzi (non sempre riconducibili ad agricoltori), che hanno lo scopo principale di speculare sulla sua produzione. Per le singole aziende sarebbero sufficienti impianti da 20 o 50 kw ma gli impianti più grandi, dai 250 kw in su, si stanno diffondendo a macchia dolio, non più soltanto al Nord. Le procedure per lautorizzazione sono semplificate, seguono un iter molto veloce che i cittadini apprendono quando è già stato approvato dalla conferenza dei servizi. Non gli rimane poi tanto tempo per far valere le proprie ragioni. Ma perché opporsi? Lassenza di norme più definite e restrittive e la discrezionalità delle Regioni non abbastanza sfruttata, fanno sì che si autorizzino impianti a fini speculativi, costruiti troppo vicini alle abitazioni o in siti sbagliati, che pongono seri problemi di sostenibilità e mettono in discussione la buona produzione agricola. Gli impianti sono rumorosi, maleodoranti e alcuni studi cominciano ad evidenziare come non siano privi di emissioni nocive. Averli a pochi metri da casa può diventare un incubo. Poi cè il problema della sostenibilità: questi grandi impianti incentivano i trasporti di "materia prima" da digerire con relative emissioni e traffico. Cè un forte impatto sul paesaggio e sul consumo di suolo agricolo per quanto ne occupa limpianto stesso, ma più di tutto perché il problema di dover produrre energia per venderla e ammortizzare i costi di costruzione induce gli agricoltori a coltivare cibo per metterlo direttamente nei digestori. Questa forse è la cosa più grave di tutte. I grandi impianti prevedono un utilizzo di un 75 di liquami e di un 25 di materia solida per funzionare in maniera accettabile, per fare soldi. Il mais rende tantissimo come solido e la tentazione di sforare la quota del 25 è forte: già oggi ci sono impianti che consumano in prevalenza mais. È sbagliato da un punto di vista etico, ma anche ecologico. Un mais che non si mangia può ricorrere a un uso dissennato di chimica, fertilizzanti e antiparassitari, inquina e mina la fertilità, consuma uno sproposito dacqua. Per un megawatt si devono sacrificare almeno 300 ettari. Non è difficile immaginare che così si finirà con il compromettere lagricoltura, non solo di qualità. E stanno venendo fuori nuovi problemi. Pare che in Germania, leader in Europa per il biogas, affiorino delle perplessità. Cè anche chi ha ipotizzato che le contaminazioni da e.coli che hanno paralizzato il mercato dellortofrutta continentale lanno scorso fossero state causate dalla diffusione di digestati da biogas non proprio "puliti". Se gli scarti non rimangono nelle aziende e cominciano a viaggiare, controllarli diventa molto difficile. Per ora nessuno ha smentito queste tesi, ma basti dire che la Svezia, altro Paese allavanguardia da anni, obbliga a pastorizzare i liquami in ingresso e i concimi in uscita dalle aziende per evitare contaminazioni. Forse non è nemmeno un caso che la Regione Emilia Romagna nelle sue linee guida abbia vietato gli impianti a biogas nei territori dove si produce il Parmigiano Reggiano. È un pericolo che andrà approfondito, ma non osiamo pensare cosa potrebbe succedere se sinizieranno - come alcuni detrattori prevedono - a utilizzare senza controlli i rifiuti urbani umidi. Oggi in Italia ci sono tantissimi comitati locali che si oppongono al biogas, o almeno lo chiedono fatto in maniera ragionata. Un fenomeno importante: si stanno riunendo in coordinamenti regionali e ne sta nascendo anche uno nazionale. Pretendono nuove regole, certe e più restrittive; incentivi soltanto laddove il biogas rappresenta una vera energia pulita che utilizza scarti veri (non cibo o rifiuti urbani); lo vogliono lontano dalle zone residenziali e fatto senza compromettere unagricoltura che, occorre ricordarlo, prima di tutto serve a vendere cibo e non energia.