IL MAXXI, MUSEO DELLE ARTI DEL XXI SECOLO, QUESTA SETTIMANA SI AVVIA A ESSERE COMMISSARIATO: LA MERAVIGLIOSA STRUTTURA PROGETTATA DA ZAMA HADID E INAUGURATA APPENA 2 ANNI FA diventa così il tetro simbolo del crepuscolo della stagione dell'arte contemporanea e della sua agonia in Italia. Lo strumento del commissariamento in generale risulta utile solo per trovare uno sgabello all'ultimo dei trombati, e invece proprio dal Maxxi potrebbe nascere una nuova iniziativa, finalmente di ampio respiro, per riuscire a superare i logori schemi che hanno portato a questa crisi -non solo economica, ma di idee. La Fondazione Maxxi dunque non andrebbe commissariata, ma semplicemente sciolta poiché è una struttura profondamente anomala. Il peccato originale risale all'aver scelto per il Maxxi lo strumento amministrativo della Fondazione, con l'intento di attrarre fondi strutturali privati che non sono mai arrivati. Il Museo dunque si presenta come un soggetto privato con un unico socio, lo Stato -e non si parli di autonomia perché le nomine del Cda sono politiche-, e strutturalmente finanziato sempre dallo Stato o con denaro pubblico (500 mila euro dalla Regione). Ciliegina sulla torta, la .legge istitutiva (L. 692009) prevede che attraverso il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali (Mibac), lo Stato vigili solo «sul conseguimento di livelli adeguati di pubblica fruizione» e non sui suoi investimenti. In sostanza paga Pantalone, i soldi possono essere impiegati come meglio si crede, senza neppure le regole e i controlli, pur laschi, di Pantalone -e questo vale anche per l'assunzione del personale senza concorsi, perle forniture ad affidamento diretto senza bandi e così via. Ecco un classico capolavoro dell'era di Sandro Bondi ministro, con i Letta boys a farla da padroni al Mibac. E' parzialmente consolante che la gestione del Maxxi finora non abbia dato adito a polemiche e che Pio Baldi, il suo presidente, percepisca 60 mila euro lordi l'anno -più benefit-, poco rispetto ad altre Fondazioni. Ma i direttori dei musei di Stato prendono 1800 euro al mese: ciò vale per gli Uffizi come per la Galleria Borghese, luoghi che hanno ben altra importanza. MALUMORI La funzione culturale del Maxxi, al di là della ineleganza dell'enunciazione, già nello statuto appare modesta e volutamente vaga nei contenuti: la conduzione, che per lo più ha circuitato mostre invece di produrne, ha causato vari malumori per una presunta sudditanza a galleristi e collezionisti e per legami all'ambiente romano a dir poco provinciale, in un settore come quello contemporaneo dove esporre in un Museo un'opera, magari di un privato, porta immancabilmente a una crescita del valore di mercato, cosa che non avviene con un Caravaggio. E l'invidia che parla? Forse. Finora però il Maxxi non si è imposto per una attività di altissimo profilo internazionale, che avrebbe tagliato la testa al toro. A discolpa del Maxxi ci sarebbe la risibile dotazione erogata dallo Stato a partire dal 2009 -una media di 1,5 milioni di euro l'anno. Francamente appare un'aggravante, al Mibac e al MaXxi assicuravano l'arrivo dei privati in soccorso, ma visto che di solo funzionamento la struttura costa almeno 4 milioni l'anno -dati forniti dalla Fondazione- davvero si credeva che gli imprenditori volessero pagare luce e stipendi? Così, mentre a tutti i musei erano ta gliati i fondi, al Maxxi è arrivato di nuovo Pantalone: altri 800 mila euro annui strutturali del Piano Arte Contemporanea (cioè la metà dell'investimento annuo dello Stato nel settore) e 6 milioni straordinari di Arcus, spalmati su 2010-11 per l'avviamento. In entrambi i casi si tratterebbe di fondi destinati all'attività, ma viene il dubbio siano finiti anche nel funzionamento. Parlare poi di tagli per il Maxxi è davvero improprio: in quanto straordinario e non ripetibile il finanziamento di Arcus si è esaurito nel 2011, e come c'era da attendersi, la struttura non sta in piedi. «ASTRONAVI» FUORICONTROLLO «Ground control to major Tom, your circuit's dead there's something wrong. Can you ear me major Tom...: vengono alla mente le parole di Space Oddity di David Bowie, perché nei cieli dell'arte contemporanea italiana oltre al Maxxi sfrecciano parecchie astronavi fuori controllo. Dai cantieri della Zisa di Palermo -ristrutturati e mai aperti- al Mart di Rovereto in amministrazione provvisoria, l'intero settore è al collasso. Si tratta di decine di realtà, spesso nate negli ultimi 10 anni su impulso, talvolta un po' incontrollato, delle amministrazioni locali e con notevoli costi ma che, come nel caso del Maxxi, una volta tagliato il nastro inaugurale e cambiata l'amministrazione ora languano per mancanza di danari. Ecco allora che, sciolta «I'inutil fondazione» e ritornato allo Stato a tutti gli effetti, il Maxxi non va certo chiuso, ma anzi dovrebbe diventare uno strumento per affrontare questa crisi, essere una agenzia di coordinamento per l'arte contemporanea in Italia, di cui da tempo c'è bisogno e attualmente anche l'urgenza. Sul modello britannico Tate Gallery e Modern 'fate, si potrebbe ipotizzare un accorpamento alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna -struttura assai virtuosa-, dando vita a una massa critica che consenta maggiore autonomia, senza farla diventare una inutile, dispendiosa e burocratica sovrintendenza. Né vale il ragionamento che le Fondazioni attrarrebbero maggiori finanziamenti privati, poiché le più grandi donazioni e sponsorizzazioni in questi anni sono andate a strutture dello Stato, -Ercolano e Colosseo-, a fronte però di precisi progetti culturali. Quindi, please no manager, no brand, no benchmark.