A Santa Maria del Fiore in mostra i restauri recenti. Se qualcuno ritiene incongruo avvicinare il nome potente e scultoreo di Ghiberti (quello dei Commentari e delle plastiche Porte del Paradiso) alla luminosa fragilità d'una vetrata, probabilmente ha una fragile conoscenza del Medioevo. Basato invece proprio sulla versatile vitalità, cesellatoria, delle sue botteghe (leggersi a proposito l'imprescindibile volume di Enrico Castelnuovo, sulle Vetrate nel Medioevo, che tanto suggestionavano Proust). Meritevole il lavoro minuzioso di restauro, che ci permette di vedere a pochi passi, prima che tornino al loro posto, le splendide vetrate disegnate, appunto, per Santa Maria del Fiore, dal Ghiberti, accanto a quelle di Andrea del Castagno, Paolo Uccello, Donatello, ed il più arcaico Agnolo Gaddi, più di quaranta, disseminate, per tutta la Cattedrale. Simbolo di illuminazione della fede e dialogo con la luce celeste. Intense ed ammonitorie, le possenti figure di antecedenti religiosi biblici, Ioanns e Ioseph, legati alla prosopopea di San Giovanni, con la loro postura di profeti ebraici. L'occasione, assolutamente unica, di vedere a pochi centimetri un'opera pensata per esser letta a grande distanza, e non nel dettaglio, ma proprio nel concertato delle varie altre vetrate che s'inseguono per le navate, rimbalzando gioia cromatica, immillate come sono di luce (per rubare l'espressione a Dante) e di poter quasi scorgere le ditate artigiane lasciate sul vetro caldo, non si annulla, anzi, si potenzia, potendo rimbalzare nel vicino Museo del Duomo, dove è in attesa un altro capolavoro non meno prezioso, anzi. II formidabilissimo Altare d'argento (si parla di oltre 250 chilogrammi) che un tempo stava nel Battistero, ed infatti è dedicato al patrono di Firenze (San Giovanni Battista) non è soltanto un capolavoro di programma liturgico illustrato, ma anche un tesoro di arte gotico-umanistico, che ha pochi confronti, per quanto riguarda l'arte del cesello. Con la sua elaboratissima e raffinata Croce, di oltre due metri, che porta chiaramente inscritta la firma e la potenza muscolare (autentica, questa volta) di Antonio del Pollaiolo, intorno alla fine del 1450, commissionato nel 1363 a Betto di Geri e Leonardo di ser Giovanni, nome che troviamo vicino anche alle vetrate del Ghiberti, ed attivo nel Duomo di Pistoia, è una sorta di «fabbrica del Duomo» in (relativa) miniatura. Che ha comportato oltre un secolo di lavoro minuzioso e sapiente (argento battuto, smalti in stile francese champlevé) secondo una tecnica tutta fiorentina con l'inserimento di piccole sculture tridimensionali nelle nicchie angolari. L'impianto architettonico segue il gusto «moderno» del Talenti. Che intanto dopo Giotto (per il Campanile) e Andrea Pisano (per il lavoro di rivestimento decorativo, mai ultimato, per Santa Maria del Fiore) stava tentando di trovare uno stile riassuntivo per l'intero complesso religioso. Quindi è magnifico (attraverso le scene del Battesimo, della Danza di Salomé, della Decollazione di san Giovanni) ecc. vedere come muta lo stile: dal gusto ancora giottesco e tardo gotico ecco progressivamente affacciarsi il procedimento prospettico, di Alberti e Brunelleschi, che qui però non hanno ancor posto il loro piede «razionale». Ed intanto cammina la Storia: perché questo monumento imponente che deve celebrare la rinascita dopo la Peste e che solo una volta (simbolica) ha lasciato la sua destinazione (sopra la vasca ove si battezzavano i catecumeni, citata anche da Dante) per porsi allegoricamente davanti alle Porte del Paradiso, ed esorcizzare il rischio che Carlo V, nel 1527, potesse assediare Firenze, racconta anche l'intera epopea di una città.