Ai ninfei e al loro ripristino si sono dedicati i curatori dellevento. Una ricostruzione che è piuttosto una suggestione. Al posto dellacqua ci sono i fiori che ne ricordano il colore: petunie, verbene, solanum È il colle da cui tutto ha avuto origine e dove tutto si è concluso con la caduta dellimpero romano di Occidente. Ma mai è scomparso dalla città Una mostra ricrea i giardini dei palazzi imperiali. Così la storia degli spazi verdi, dal momento della formazione ad oggi, rappresenta la vicenda stessa delle specie vegetali, che hanno arricchito i nostri luoghi allaperto in questi secoli. Un percorso completo tra bellezza, curiosità e passato ROSSELLA SLEITER LLo chiamano "il cuore di Roma antica" e lo collocano, correttamente, sul Palatino, il colle da cui tutto ha avuto origine, e dove tutto si è concluso, con la caduta dellimpero romano di Occidente, nel V secolo. Ma il Palatino non è mai scomparso dalla scena di Roma, anzi. Rinasce, infatti, con lingresso di Carlo V re di Spagna e Imperatore del Sacro romano impero, nellaprile del 1536, invitato dal papa Paolo III Farnese. Il corteo regale, costeggiando il Colle, che rappresentava il culto dellantico allora ritrovato, rendeva omaggio alla rinascita della Roma imperiale. Trentaquattro anni più tardi, nel 1570, il cardinale Alessandro Farnese iniziava proprio sul Palatino, ormai ridotto a una ammasso di terra e di pietre, il progetto dei magnifici Horti Farnesiani, con nuovissime piante introdotte dalle Americhe, per rendere più piacevole il soggiorno romano ai suoi ospiti e ai suoi familiari quando si fossero annoiati di stare nel magnifico palazzo Farnese, nellomonima piazza. Ma anche la gloria degli orti, durata circa un secolo e rallegrata da rari esemplari di Yucca, Passiflora, Agave e Mimosa finisce, quando i Farnese lasciano Roma: Per ricavare un modesto reddito , da giardino esotico ante litteram quei terrazzamenti irregolari si trasformano in vigne e carciofaie, e altre coltivazioni di poco pregio, finchè nel 1861 Napoleone Terzo acquista l area, riprende gli scavi e gli studi delle vestigia romane con esperti francesi e italiani, trascurando del tutto il recupero delle specie coltivate fino alla prima metà del Seicento. Dura poco o tanto a seconda dei punti di vista- anche linfluenza dei francesi, perchè gli eventi precipitanto. Nel 1870 con i Savoia e il Papa che si ritira nel suo Stato, cè molta voglia di modernità a minacciare le antichità romane. Molte vengono smembrate, non , però, il Palatino. Nel 1898, finalmente, a Giacomo Boni, un funzionario integerrimo, studioso di archeologia e di botanica, viene affidato il Palatino e ne fa in pochi anni quella meraviglia che ancora oggi vediamo, riservando per sé un roseto sublime racchiuso da una cornice di bosso, nellultimo brandello di Horti Farnesiani riportati alla luce grazie a nuovi scavi.Erano i primi del Novecento, e non fu facile per il Boni liberarsi del pesante bagaglio che accompagnava la memoria di Roma antica, un misto di sfruttamento, incuria, distruzione, recupero, scavo e innamoramento su cui si erano applicati in tanti, dai soldati di ventura che depredavano, agli aristocratici che rivendevano, agli studiosi che scavavano, ai letterati che ne raccontavano il fascino ammaliatore. Però Boni ebbe unintuizione geniale: ridare alle rovine laspetto che avevano nelle stampe del Piranesi, mettere un po dordine perchè, pur nel disordine di pietre e mattoni, muri a secco e scavi, ci si potesse districare tra una basilica, un foro, un mercato e una domus. E aggiungere le piante e i fiori ai capitelli, agli archi, alle colonne come agli scampoli di cupole, mura, pavimenti, porticati, torri. Quasi un tributo alla passione per la flora che i Romani, specie quelli della classe dirigente, avevano dimostrato di apprezzare nei loro giardini introducendo specie nuove dalle terre di conquista e usando al meglio quelle naturali che, da Plinio a Varrone, tutti elogiavano. Quali specie, quando furono introdotte e come venivano usate ce lo raccontano nella mostra "Orti e giardini.Il cuore di Roma antica" che si apre il 6 maggio, e che chiuderà il 14 ottobre a cura di Anna Maria Ciarallo, Giuseppe Morganti, Maria Antonietta Tomei dislocata in nove punti diversi del famoso Palatino. La "gaia metropoli" che Stendhal frequentava e raccontava nei suoi ripetuti viaggi tra il 1801 e il 1827 stava prendendo la forma moderna a scapito delle ultime ville romane rimaste; gli intellettuali dellepoca scrivevano parole di fuoco contro la distruzione delle antichità. Gregorovius, lo storico di Roma medioevale, nei Diari annotava che "dopo la breccia di Porta Pia hanno demolito Porta Salaria, la vecchia Porta Veneranda, i conventi vengono cambiati in uffici, si aprono finestre claustrali e se ne fanno di nuove nelle pareti... la vecchia Roma tramonta.". Quando nel 1874 se ne va in Germania scrive:" la mia missione a Roma è terminata e mi ripugna il pensiero di invecchiare a Roma ove una nuova vita incalzante coprirebbe presto i miei antichi e cari sentieri e li renderebbe irriconoscibili". I piani regolatori del 1873-83 e quelli successivi del 1909 e 1931 continuano la distruzione di quella "forma urbis " studiata da Rodolfo Lanciani e che è il documento più utile da cui partire per sapere come fosse lurbanistica romana. In quella forma urbis il Palatino cera, ma aveva cambiato aspetto nel corso dei secoli. Era stato il colle più alla moda delletà imperiale, quello dove la domus Tiberiana e la Flavia si mostravano nella loro eleganza, dove, a caro prezzo, anche Cicerone volle farsi una villa. Racconta la storia che pur di acquistare un terreno in quellesiguo, ambitissimo colle da cui si vedevano vigneti, boschi, campi da grano, ma anche tutte le meraviglie dellUrbe, ci fosse chi avvelenava il vicino,-corrotti, ma almeno raffinati si potrebbe dire oggi-, ne comprava la proprietà e aggiungeva preziosi metri quadrati per fare peristili e ninfei. Ai ninfei e alla loro ricostruzione si sono dedicati i curatori della mostra, approfittando del fatto che almeno i confini originali sono ancora ben definibili. Una ricostruzione che è piuttosto una suggestione: il ninfeo, luogo dove , per la loro delizia e frescura, si sarebbero date appuntamento le Ninfe, si basava sulla trasparenza dellacqua che scorreva su una distesa di marmo bianco, brillando alla luce della luna e restituendo aria fresca nelle ore calde. Al posto dellacqua e del marmo sono stati messi fiori che ne ricordano il colore, il bianco del marmo e il blu dellacqua: migliaia di petunie, plumbago, solanum, verbene, convolvoli. Quanto ai peristili, cioè giardini porticati nella parte interna della casa, imitati dalle case dellAfrica romana, , è stato deciso di dare lidea di come fosse quello della Casa di Augusto, solo in parte scavato. Approfittando degli affreschi ritrovati nella Villa di Livia a Prima Porta, e ora esposti al Museo Nazionale Romano, si è ricostruito un peristilio tipo, con melograni, viburni, oleandri, rose, cipressi, pervinche, e poi il platano, labete e il pino, portati come trofei a Roma e forse raffigurati negli affreschi di Prima Porta con un eccesso di fantasia. A grandi passi, eccoci agli Horti Farnesiani, creati dai Farnese come luogo di delizia in aggiunta al Palazzo. Di loro non restano che antiche stampe, in mostra accanto alle piante che oggi tutti usiamo, ma che allora erano unassoluta novità.
la Repubblica
5 Maggio 2012
Roma in verde. Il Palatino rifiorisce
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