Non è più tempo di capricci per le archistar, quelle protagoniste della cosmo-architettura da esporre sui piedistalli come i profumi ai duty free degli aeroporti. Anzi, c'è una notizia che contraddice molti luoghi comuni. I grandi nomi dell'architettura contemporanea «sono in contatto, condividono preoccupazioni comuni, svelano reciproche influenze». Parola del britannico Sir David Chipperfield, a sua volta protagonista dell'architettura contemporanea (un'opera per tutte: il rinnovamento del Neues Museum di Berlino) che ieri ha presentato a Roma la «sua» 13ma Mostra internazionale di architettura della Biennale di Venezia di cui è curatore. Il presidente Paolo Baratta conferma con ironia: «Stavolta gli architetti lasceranno Narciso a casa...» II mondo cambia, la crisi si avverte (ancora Baratta: «L'architettura non è più strumento di enfatizzazione delle conquiste e delle vittorie del committente, molti progetti faraonici si sono arrestati») e l'architettura ripensa a se stessa e al proprio ruolo (stavolta è Chipperfield) riflettendo «più sulle preoccupazioni che sulle proprie glorie ma senza abbandonare le proprie ambizioni», quindi non cedendo a un quadro globale assai poco rassicurante. Il titolo della rassegna è «Common Ground», un «terreno comune» sul quale individuare, dice Sir David, «idee differenti riunite in una storia comune, in contesti e ideali collettivi». Certo, ci sono i grandi nomi (anche Norman Foster, o Zaha Hadid che racconterà le influenze ricevute dal mondo dell'ingegneria) ma per il resto 1103 partecipanti parleranno di vita quotidiana, di spazio sociale nel tentativo di «ricomporre l'identità dell'architetto di fronte all'uso spresso scomposto che si è fatto della sua arte». I Paesi presenti saranno 55 (esordio per Angola, Kosovo, Kuwait, Perù, Turchia). Grande impegno per «Biennale Sessions», un vasto progetto didattico per le università. Apertura i129 agosto, chiusura i125 novembre. Baratta ha poi posto un problema che riguarda solo e direttamente l'Italia: «Viviamo una grave discrasia, con la Biennale abbiamo la più importante mostra internazionale di architettura, ma non sappiamo esprimere in questo settore una domanda di qualità, così come avviene con il buon mangiare, il buon vestire, l'arredamento, il design. Non abbiamo capacità di domandare uno spazio adeguato al nostro vivere. Siamo un Paese nel quale i costruttori si vantano di non spendere nulla per la progettazione». Sarà forse per questa ragione se incredibilmente il Padiglione italiano è ancora senza curatore. Al ministero dei Beni culturali si sta tuttora procedendo, con una tempistica a dir poco singolare, alla selezione di dieci proposte a inviti. E così ieri, alla presentazione italiana della Biennale Architettura (seguiranno conferenze stampa in molti Paesi) mancava ancora l'interlocutore nostrano, cioè del Paese della Biennale di Venezia. Il nome verrà reso noto «nei prossimi giorni», ha annunciato Paolo Baratta. L'Angola, per la cronaca, ha già nominato il suo da tempo. Così, tanto per dire.