La soprintendenza: devono andare via. Il sindaco Alemanno: intervenga il ministro. Un punto ristoro al Colosseo arriva ad incassare anche 5 mila euro al giorno. Un assedio. Un'invasione. Uno scandalo. E' quello di bancarelle e camion bar, venditori di caldarroste e frutta, che ogni giorno occupano gli angoli più belli della Capitale. Lo fanno grazie a vent'anni di giunte e consiglieri comunali compiacenti, al lassismo dei funzionari amministrativi e dei vigili urbani. Tutti insieme hanno permesso in questi vent'anni che licenze dall'iter tortuoso e non sempre limpido diventassero quasi inattaccabili, che il numero crescesse, che le occupazioni si ampliassero in barba alle più banali regole di sicurezza e decoro urbano e, soprattutto, che gli strumenti per controllare e contenere il fenomeno fossero sempre più spuntati. Così chi gestisce i banchi è intoccabile, si arricchisce e si rafforza. Una famiglia su tutte quella dei Tredicine, originari di Schiavi d'Abruzzo: «Circa 1'80 delle licenze in centro - dicono in Primo municipio - Sono collegate a loro». Da soli, direttamente o indirettamente, mettendoci la faccia o quella di amici e parenti, controllano oltre 250 licenze in tutta Roma. L'overdose del centro storico. Solo nel cuore della città Eterna, secondo l'ultimo censimento disponibile, si contano 323 postazioni: «Un'invasione - spiega il presidente del Primo municipio Orlando Corsetti - 73 fisse, 23 cosiddette«anomale», 39 stagionali (29 di castagne di inverno e 10 di cocomero d'estate) e 188 a rotazione nelle zone più pregiate». Qui si alternano a 69 camion bar, 112 venditori di gadget e souvenir (gli urtisti) e bancarelle che espongono qualsiasi cosa: cocco e banane, mutande e calzini, scarpe e poster di Mussolini, Gigi D'Alessio e la Banda della Magliana. Realtà anacronistiche che non hanno più un senso nella Roma del Terzo Millennio che vorrebbe essere all'altezza delle altre grandi capitali europee. «Ma con tutti i mercati rionali che ci sono e i supermercati che hanno invaso il centro - domanda da tempo Viviana Di Capua, presidente dell'associazione abitanti del Centro Storico - qual è il senso di queste bancarelle?». Un unico senso: il potere dei soldi. Tutti i punti vendita soprattutto del centro o intorno ai monumenti intercettano flussi continui di turisti: soldi in contante che camminano, che vanno e vengono tra il Colosseo e piazza di Spagna, tra Fontana di Trevi e piazza Navona, tra piazza Venezia e via del Corso. Affari d'oro. Quello di camion bar e bancarelle all'ombra del Colosseo è un giro d'affari milionario che sfugge, chissà come, ad ogni controllo. Altro che i ristoranti vip sulle montagne di Cortina d'Ampezzo e le boutique griffatissime di via Montenapolene a Milano. «Un camion bar ai Fori Imperiali incassa una media di cinque mila euro al giorno - dice un ex ispettore annonario ora relegato dietro una scrivania del Comune - Scontrini? Una rarità. I controlli? Con tutti i vu-cumprà che ci sono nessuno controlla questi camioncini che comunque hanno uno straccio di licenza». E ai venditori di caldarroste non va peggio, anzi. Basta trascorrere qualche ora davanti al loro braciere per vedere un viavia impressionante di clienti: oltre venti vendite l'ora, per una spesa media di 5 euro in cambio di due etti di castagne. Insomma, calcolatrice alla mano, circa mille e trecento euro al giorno, non meno di 30mila al mese. Costi? Lo stipendio del dipendente (quasi sempre straniero) piazzato dietro al banchetto e un canone per l'occupazione pubblica irrisorio: duecento euro l'anno. Insomma valanghe di soldi che ogni giorno che passa rafforzano chi gestisce i banchi. In prima fila la famiglia Tredicine, ma anche i Langella e i sempre più intraprendenti Molinaro. Per fare un esempio: quando nel 2007 la Giunta Veltroni fu costretta dai carabinieri a sopprimere per ragioni di sicurezza 11 postazioni nell'area compresa tra via del Corso e piazza di Spagna ben 8 facevano riferimento alla famiglia Tredicine. E dopo cinque anni, piano piano, la metà sono tornate al loro posto. E sono tutte ovviamente della famiglia Tredicine. Tutta colpa dei mondiali di calcio. La metà delle postazioni occupate a rotazione dai camion bar nei luoghi di pregio di Roma sono state istituite da una delibera (la 4828 de1 12 luglio del 1989 approvata dalla giunta del sindaco Pietro Giubilo) che prevedeva un parere della Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici. Un parere che per questa delibera non è mai arrivato. La delibera 4828 ha quindi un evidente vizio di forma. Il 7 giugno del 1990 arriva un'altra delibera (3628) che autorizza le stesse postazioni. In realtà è un provvedimento provvisorio e d'urgenza che la giunta del sindaco Franco Carraro approvò per legalizzare i camion bar nel centro solo in previsione dell'invasione di tifosi da tutto il mondo per i Mondiali di calcio: «Assumendo i poteri del Consiglio Comunale - recita il documento - la Giunta municipale delibera di consentire sino al 15 luglio 1990 nelle seguenti località lo svolgimento delle attività di vendita di bibite e sorbetti». Avete letto bene: fino al 15 luglio del 1990. Come è possibile allora che si alternano sulle postazioni cosiddette «a rotazione». Le autorizzazioni e i turni di lavoro sono gestiti dal Comune che in quelle aree di altissimo valore archeologico e architettonico ci siano ancora venditori di «aranciata, birra e coca»? Il 12 dicembre del 1990 è arrivato un parere della Soprintendenza (a firma dell'architetto Gianfranco Ruggieri) relativo a quelle postazioni ma fa riferimento alla delibera temporanea (3628) e non alla precedente (4828). Cioè la Soprintendenza dava il suo ok (tra l'altro a tempo scaduto) solo fino al 15 luglio del 1990. E, invece, in Campidoglio hanno deciso di estendere quel parere alla delibera precedente. E in questi 22 anni tutti hanno taciuto. Tutti si sono ben guardati dal dirlo. Da impugnare l'anomalia per cercare di spostare quei camion bar. Anzi nel 1993, il commissario straordinario del Comune Alessandro Voci (appena sei giorni dopo la sua nomina) emana la delibera numero 60 con la quale vieta la sosta ai veicoli per la vendita in tutto il centro ma esclude quelli già autorizzati compresi quelli della delibera senza ok della soprintendenza. Forse il commissario non sapeva del mancato parere della soprintendenza, forse sì. Sta di fatto che un documento che doveva essere restrittivo, di fatto, si è rivelato un boomerang offrendo un appiglio giuridico agli ambulanti. Inamovibili. Il più grande favore agli ambulanti della Capitale lo ha fatto nel 1999 la Regione Lazio. La legge sul commercio (numero 33) emanata dalla Giunta di Piero Badaloni e approvata dal Consiglio contiene infatti il famigerato «principio di equivalenza»: una postilla che prevede che in caso di spostamento di un ambulante il Comune sia obbligato a garantire un'altra collocazione di equivalente valenza economica. Poche righe che hanno offerto ai vari sindaci la scusa per non liberare le aree di pregio della Capitale dall'invasione di bancarelle e camion bar. E in questi vent'anni nessuna giunta regionale ha provveduto a cambiare la legge. Non lo ha fatto quella di Francesco Storace e nemmeno quella di Piero Marrazzo. Adesso, Renata Polverini ha promesso (come avevano fatto anche i suoi predecessori) di intervenire. Il diktat disatteso. Poco prima di Pasqua, il 19 marzo, il soprintendente dell'area archeologica di Roma Mariarosaria Barbera ha inviato una lettera al sindaco Gianni Alemanno con la disposizione immediata di sgomberare le aree sottoposte a vincoli archeologici da camion bar, bancarelle e centurioni. E così, a quattro anni dalla sua elezione, Alemanno si è accorto del problema. Per il suo assessore al Commercio, Davide Bordoni, come tutti i precedenti, non si può fare nulla sui camion bar perché «hanno regolare licenza e la legge regionale sull'equivalenza blocca qualsiasi spostamento». Il sindaco, nell'attesa che la Regione elimini il principio di equivalenza, ha provato a superare l'ostacolo chiedendo un decreto legge direttamente al Ministro dei Beni Culturali Lorenzo Ornaghi. Ma finora ha ottenuto solo la promessa di un tavolo tecnico. E si sa: ogni problema si risolve in un tavolo tecnico ma poi ogni tavolo tecnico non risolve mai un problema. E intanto il declino del decoro dei monumenti di Roma è sotto gli occhi di tutti. Anche di Woody Allen che ha dovuto fare i salti mortali per cercare di togliere bancarelle e camion bar dalle riprese del suo ultimo film «To Rome with love». Ma non ci è riuscito neanche lui.