Appena aperto, il MAXXI, Museo nazionale delle arti del XXI secolo, va verso il commissariamento per eccesso di debiti. Strangolato a tradimento da un indecente taglio dei fondi statali, ma non solo. Un sopruso, dice chi sostiene che si tratta di un edificio invidiatoci da tutto il mondo. In effetti, come edificio il MAXXI sta assolvendo bene il suo compito, visto che in fondo il meglio di sé lo ha dato come location mondana e attrazione turistica. Ma sarebbe come dire che l'importante è avere uno stadio da Campionati del mondo, sempre che lo sia davvero (ho qualche dubbio), poco male se ci giocano squadre di serie C. In realtà, il difetto è di fabbrica: il MAXXI è stato l'invenzione di un certo regime politico, voluto da un ministro con l'ambizione di lasciare un segno di sé nella cultura. Certo, anche il Centre Pompidou, suo ispiratore, è nato in modo analogo, ma in Francia hanno avuto subito chiaro che non poteva essere solo una scatola, per quanto di successo, bisognava sostenere un contenuto adeguato, nella fattispecie una forte progettualità scientifica e una signora collezione. Da noi, maestri dell'improvvisazione, il contenuto è latitato fin dall'inizio, anche per le enormi risorse che nel frattempo si è mangiata l'interminabile costruzione della scatola. Risultato: una gestione artistica esangue, con iniziative estemporanee, poche mostre di rilievo, quasi sempre su autori del XX secolo, e tanta boria. Se oggi c'è un museo, al mausoleo delle velleità del MAXXI, è quello del suo stesso aborto. Ma la politica, madre degenere, non può cavarsela solo disconoscendo il figlio nato male.