Questo articolo, dedicato al dicastero dei Beni Culturali, è la terza tappa di un viaggio che Affari Finanza sta facendo nei ministeri del governo tecnico che hanno il maggior impatto sull'economia e sulla crescita del Paese. I due articoli precedenti, dedicati allo Sviluppo economico e all'Istruzione, università e ricerca, sono stati pubblicati il 2 e 23 aprile. Nel 2000 le risorse attribuite al ministero dei Beni Culturali erano pari allo 0,39 del bilancio pubblico. Poi la quota è andata inesorabilmente scemando: 0,34 nel 2005, 0,28 nel 2008, 0,19 l'anno scorso. Significa che su 100 euro spesi dallo Stato, 19 centesimi vanno alla cultura. Con questi bisogna curare la manutenzione e pagare i custodi per 208 musei statali, 216 monumenti e aree archeologiche, 100 archivi di Stato, 46 biblioteche. Le spese per il personale sono pari al 50 del budget ma la percentuale è destinata a salire con l'assottigliarsi delle risorse (anche se pure il personale scende: da 25mila nel 2001 a 17mila oggi) e se consideriamo che 250 milioni sono il Fus degli enti lirici le risorse per lo sviluppo sono esigue. I colpi sono stati forti: nel solo 2009 lo stanziamento è crollato del 15 scendendo da 2,03 dell'anno precedente a 1,72 miliardi, e ancora più marcato è stato il taglio del 2011 fino a 1,42 miliardi. Per quest'anno, la spesa in preventivo è poco superiore, 1,68 miliardi (pari allo 0,22 del budget dello Stato), ma su di essa pende la spending review che porterà verosimilmente a una nuova riduzione. In questo ginepraio si è infilato il ministro Lorenzo Ornaghi, classe 1948, rettore della Cattolica di Milano dove dal '90 insegna scienze politiche. E di doti politicodiplomatiche ne servono eccome per districarsi in un guazzabuglio di istituzioni della più varia natura, dalle fondazioni agli enti pubblici, dalle aziende speciali alle soprintendenze, ognuna con un pregresso di antiche competenze, di expertise riconosciute e apparentemente intoccabili, di cautele motivate dalla peculiarità degli oggetti con cui si a che fare, cioè tesori di valore inestimabile. In effetti, è difficile per le gare d'appalto per un restauro affidarsi come parametro prevalente al massimo ribasso, «ma su una serie di voci abbiamo in ogni caso avviato una revisione interna delle spese comprimibili», dice Antonia Pasqua Recchia, architetto, segretario generale del ministero, dall'84 nell'amministrazione. Il ministro Ornaghi ha declinato le nostre richieste di intervista. Aggiunge Recchia: «C'è per esempio l'affitto dei depositi per gli archivi e i reperti archeologici. Il ministero è obbligato a custodire nei propri archivi di Stato, uno in ogni provincia, tutti i documenti che vengono prodotti dagli uffici pubblici. Certo occorre razionalizzare per risparmiare ma gli spazi per conservare questa enorme documentazione occorrono». Il problema è di fondo: a sentire gli addetti ai lavori il cambio di passo del governo tecnico non si avverte. «C'è una strana prudenza nell'intervenire, che a volte diventa vera e propria incapacità», accusa Roberto Grossi, presidente di Federculture, che riunisce 250 società di diritto privato che gestiscono servizi culturali pubblici. «Non si sa perché Ornaghi non ha ancora nominato il responsabile del padiglione italiano alla Biennale di architettura di Venezia che si apre ad agosto né a quella di architettura che seguirà, per fare un esempio. E per i restauri resta il problema dei residui passivi, ereditati dalla precedenti gestioni ma sui quali il ministro dovrebbe ormai avere un'idea chiara, che sono arrivati a 530 milioni». Sarebbe un paradosso in tempi di ristrettezze. Ma l'architetto Recchia spiega: «A parte che non sono residui passivi e non sono 530 ma 450 milioni, si tratta di somme che utilizzano gli uffici territoriali del ministero (direzioni regionali, soprintendenze, biblioteche statali, archivi) per pagare i lavori di restauro del patrimonio culturale. Sono quindi somme impegnate con contratti con soggetti terzi e non somme a disposizione. Inoltre il ministero provvederà a riversare al Tesoro, entro il 30 giugno oltre 60 milioni derivanti da economie degli anni passati che non è più possibile utilizzare». Le spiegazioni non convincono però Pietro Valentino, docente di economia politica alla Sapienza e autore di molte pubblicazioni sull'economia della cultura: «D'accordo, tecnicamente possiamo non chiamarli residui passivi ma gli investimenti vanno avanti con il contagocce e nella sostanza cambia poco: sono somme impegnate, è vero, ma di fatto spesso utilizzate poco e in modo non coordinato per un'incapacità progettuale imperdonabile viste le tante emergenze in corso». Emergenze che non si stanca di raccogliere Roberto Ippolito, autore de "Il bel Paese maltrattato": «Prendiamo il caso della Domus Aurea. Inspiegabilmente è chiusa da moltissimi anni anche se i fondi per il restauro pare che ci siano. È ridotta a un eterno cantiere abbandonato». Anche il sindacato spinge per una riscossa d'iniziativa: «Bisogna investire sulle risorse umane e non ci dicano che mancano i soldi perché di fondi se ne possono trovare», attacca Gianfranco Cerasoli, segretario della Uil cultura. «Prendiamo i prezzi dei musei: 21 milioni di esenti su 36 milioni di visitatori. Se ciascuno versasse un euro si potrebbero autofinanziare assunzioni di personale a tempo per vigilanza e accoglienza. Ciò risolverebbe l'attuale cronica carenza rilanciando e potenziando l'offerta culturale. Più musei aperti, monumenti, aree archeologiche, pinacoteche, biblioteche, pure di notte e nei fine settimana, d'estate e durante i ponti o le festività. Quando il tempo libero spinge la domanda. E più giovani che lavorano». Un euro a testa fanno 21 milioni: «Un budget sufficiente per 2.500 contratti a tre mesi. O, in alternativa, 1.850 a quattro mesi, 1.230 a sei mesi, 600 a un anno. Per tenere aperti i musei 11 ore al giorno senza pause occorrono 13mila persone e oggi ne abbiamo in servizio meno di 8 mila». La Recchia risponde che è giusto aprire il più possibile la cultura alla popolazione, ma sulla revisione della politica dei biglietti insiste Albino Ruberti, direttore di Civita: «Che senso ha non far pagare nulla a chi ha più di 65 anni? Tutti i maggiori musei del mondo hanno solo delle riduzioni. E perché fare la settimana della cultura proprio ad aprile quando c'è la massima affluenza turistica dell'anno? Ma, a parte questo, il ministero sembra paralizzato anche per una situazione che ci riguarda: noi gestiamo i servizi di biglietteria e bookstore ai musei statali di Napoli, al museo etrusco di Villa Giulia, alla Galleria nazionale d'arte moderna di Roma, a Firenze. Ovunque siamo in proroga e non c'è chiarezza sulle assegnazioni future». Quello che veramente non va giù agli operatori della cultura è l'attacco al Maxxi di Roma, che Ornaghi vuole commissariare. «Già i musei d'arte contemporanea sono tutti in difficoltà, dal Madre al Riso, da Rivoli a Casoria, e lui invece di lanciare un piano per evitare il collasso del sistema fa colare a picco l'immagine del museo che di questo sistema doveva essere il fiore all'occhiello», accusa Rocco Moliterni, opinionista del settore. Il caso è nato perché il ministero vuole ridurre la partecipazione alla Fondazione che governa il museo a 2 milioni nel 2012 dopo i 7 del 2010 (anno dell'inaugurazione) e i 4 del 2011. «Ma noi siamo in utile, i soldi verrebbero utilizzati produttivamente», risponde Pio Baldi, il presidente in trincea del Maxxi, che si è rifiutato di firmare il bilancio facendo scattare la minaccia del ministro. «Così si scoraggiano solamente gli sponsor dal finanziare mostre ed eventi». Già, le sponsorizzazioni: se nel 2010, calcola Federculture, erano state di 250 milioni, l'anno scorso sono scese a 180 e quest'anno non supereranno i 110120. «Stiamo rivedendo le norme e a giugno presenteremo un nuovo pacchetto ancora più conveniente fiscalmente», assicura la Recchia. Sarebbe fondamentale perché così si potrà finalmente lanciare l'industria della cultura offrendo opportunità competitive, in un settore oggettivamente di una ricchezza incommensurabile per l'Italia. Nella speranza che Monti inserisca la cultura fra i dieci punti cruciali per la crescita che lancerà fra pochi giorni.
la Repubblica
30 Aprile 2012
I fondi nel cassetto la risorsa invisibile dell'industria culturale
EU
Eugenio Occorsio
la Repubblica
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