Philippe Daverio: «I presupposti ci sono» DOPO aver collaborato al progetto Genus Bononiae, Philippe Daverio è di casa sotto i nostri portici: «Un unicum mondiale», dice infatti, sulla proposta di avviare l'iter per rendere i nostri colonnati patrimonio mondiale dell'Umanità. Quali chance hanno i portici bolognesi per diventare patrimonio dell'Umanità, come la basilica di San Francesco d'Assisi, Versailles o l'acropoli di Atene? «In realtà i presupposti ci sono. I vostri portici sono unici al mondo, un modello urbanistico che si traduce in uno spazio perenne di circolazione: come tale non solo è un fenomeno interessante, ma anche da valorizzare». Ancora attuale, intende? «Ma certo, per chi costruisce città. Ne ho parlato recentemente con i cinesi: oggi si stanno chiedendo come costruire metropoli più belle e i portici sono un'idea interessante per città con esplosioni demografiche come le loro». I nostri portici nacquero anche per problemi di affollamento cittadino... «Anche, ma soprattutto per poter trasformare una città medioevale in città rinascimentale. I portici erano l'area comune nella quale ci si spostava». L'Unesco protegge gli argini della Senno. Dovrebbe farlo anche con i porticati bolognesi... «L'Unesco è a Parigi, poi ci sono gli Amici dell'Unesco in giro per il mondo: è Parigi che bisogna convincere, perché oggi ci sono quasi mille siti da proteggere e l'Unesco non è in grado di gestirli tutti. Non dimentichiamo che scegliere non è facile, soprattutto per i luoghi italiani». Sembra scettico sulla buona riuscita della campagna bolognese. «Dico solo che bisogna lavorarci tanto. Recentemente si è posto il problema per il muro etrusco di Perugia, che fa parte della struttura urbana della città. L'Unesco ha ammesso che è bellissimo, ma ha eccepito che un latinoamericano non comprende facilmente la fondamentale importanza di quel muro». Ma i nostri portici non le sembrano spendibili a livello internazionale? «Sono effettivamente un fenomeno urbanistico di grande impatto ma, ripeto, non è così semplice passare il vaglio». Eppure Bologna se lo meriterebbe. «Faccio un esempio: se dovessi parlare di Bologna con un abitante di Phnom Penh racconterei prima di tutto dei portici di questa città e gli spiegherei che proteggono dalla pioggia d'inverno e dal caldo d'estate e, per la loro presenza, le strade sono così strette che si attraversano d'un balzo. Insomma, i portici bolognesi sono una realtà di estremo fascino urbanistico: di certo l'abitante di Phnom Penh percepirebbe l'idea di una città che è un unico salotto pubblico. D'altra parte, il Museo cittadino di Roversi Monaco poteva nascere solo in questa condizione. Peccato che l'urbanistica attuale si sia dimenticata dell'estetica di questa vostra città». Va fatta, insomma, questa battaglia all'Unesco? «Certo, ma senza illudersi. L'operazione è legittima, ma non automatica».