I cartelloni pubblicitari che avvolgono palazzi e monumenti sono solo una bruttura o anche un'opportunità? Dopo il parere drasticamente negativo espresso nei giorni scorsi da Adriano La Regina e dall'architetto Massimiliano Fuksas altre voci intervengono nella polemica. Per l'architetto Franco Purini il problema non è il cartellone in sé, ma la sua durata. «Se la presenza temporanea del cartello-ne pubblicitario serve a facilitare i restauri, secondo me è la benvenuta», ci dice, «Credo che possiamo tollerarli per un anno, un anno e mezzo, se poi ci permette di avere il monumento, la piazza, il palazzo, nel suo splendore. Certo, sarebbe meglio che queste pubblicità non ci fossero, ma visto la mancanza di risorse credo che siano un male necessario che si può sopportare, anche perché poi spariscono, non rimangono. E poi c'è un'altra cosa da dire. In fondo questa prepotenza dell'immagine pubblicitaria è un po' un tracimare della contemporaneità sulla città antica, ed ha anche la sua estetica, crea effetti di contrasto interessanti, che riannodano i fili della storia». E' dello stesso parere l'architetto Paolo Portoghesi: «I cartelloni pubblicitari fanno parte ormai dell'immaginario urbano. È' vero che dovrebbero essere dosati, ma credo che se permettono i restauri che altrimenti non si farebbero vanno accettati. Mi sembra che condannare i cartelloni in generale sia un rigorismo esagerato. D'altra parte comportano un guasto ambientale che, pur temporaneo, è sgradevole per i turisti, soprattutto per quelli che riescono a venire a Roma una volta nella vita. Si porteranno dietro un'immagine paradossale di Roma, come quella della foto di Ghandi su Trinità dei Monti. Ma viviamo in un'epoca in cui il messaggio pubblicitario ha acquistato un'importanza enorme. Credo che questo sia più un argomento di riflessione che di scandalo. Comunque sulla presenza della pubblicità il controllo dovrebbe essere, il più possibile, rigoroso». Difende la presenza dei cartelloni, con molti distinguo, il presidente del primo municipio, Giuseppe Lobefaro: «Questa delibera l'ho voluta e non me la rimangio, anche se spesso l'uso è stato oltre l'intenzione. Credo che si possa dire, però, che la situazione stia già migliorando, due anni fa c'era una vera invasione di cartelloni pubblicitari e, soprattutto, non c'era corrispondenza tra la durata dei lavori e l'esposizione della pubblicità. Per guadagnare più soldi si tenevano i cantieri aperti per un periodo più lungo del necessario. Ci sono stati degli abusi. Ora c'è un programma che fa sì che l'occupazione della facciata vada di pari passo con i lavori. Molti di questi cartelloni che erano rimastì più del dovuto sono stati tolti. Come all'Anagrafe, oppure a Fontana di Trevi, sulla casa di Pertini. Attualmente eccessi del genere non mi risultano, anche se dobbiamo sempre tenere gli occhi aperti. Però resto convinto che in presenza di scarsità di risorse pubbliche non possiamo rifiutare lapossibilità di avere un aiuto per i restauri. Non mi sembra scandaloso, lo fanno anche in altre grandi città, a Parigi ad esempio. Certo, in alcune piazze bisogna far sì che le pubblicità siano più discrete che in altre: il Ghandi a Trinità dei Monti è un pugno nello stomaco. In alcuni casi vanno ridotte le proporzioni, che già ora non possono coprire più del 30 per cento delle facciate. Bisogna stare attenti che non ce ne siano due in uno stesso luogo. Ma così, in questo momento, attiriamo risorse private e in un modo equilibrato. Posso fare l'esempio dell'asilo nido di Colle Oppio, ancora vuoto: con la pubblicità dell'impalcatura ci compro gli arredi per le aule. Questo quando i committenti siano pubblici. Poi ci sono i privati., che possono decidere di accettare pubblicità meno invasive come ad esempio quelle con la riproduzione del palazzo in restauro. Ma anche questo ha un costo, queste pubblicità costano meno delle altre. E se devo dirla proprio tutta, penso che se avessimo incartato con qualche pubblicità il Colosseo oggi sarebbe molto meno in cattivo stato di quanto non sia».