Sei milioni e duecentomila visitatori in un anno, come dire, in media, ventimila al giorno. Museo-monstre, museo miracolo, museo superstar. È il Louvre, vittima del suo successo al punto che per evitare ingorghi sotto la piramide di Pei o nelle sale simil-stadio si sta pensando di rivedere i criteri di accesso. Ma l'assalto al museo, in questo «globaluniverso» che dopo aver metabolizzato lo shock delle Twin Towers ha ripreso a viaggiare, non avviene solo nel cuore di Parigi. Vedi, a Londra, il tempio dell'arte contemporanea, la Tate Modern Gallery: aperta nel Duemila, negli spazi di una stazione elettrica dismessa sulla riva del Tamigi, ha calamitato in quattro anni oltre venti milioni di visitatori. E anche qui è d'obbligo o ripensare gli spazi o organizzare diversamente le collezioni. In Italia gli Uffizi di Firenze (con la storia senza lieto fine della pensilina di Isozaki), i Musei Capitolini e quelli Vaticani di Roma, il Capodimonte di Napoli soffrono dello stesso «mal di pubblico», che poi è un bene perché segnala sete di cultura sempre più diffusa. Ma è un fatto che direttori e sovrintendenti si interrogano su come smistare i flussi di turisti, come decongestionare le sale, come evitare, tra l'altro, che troppi piedi, troppi fiati, troppi sudori, troppa polvere alterino il microclima degli ambienti, scrigno di capolavori. E su come consentire di bearsi di un Raffaello, di un Caravaggio o di un Goya senza dover far slalom tra grovigli di teste. Henri Loyrette, presidente da tre anni del Louvre, prepara strategie per il più blasonato contenitore francese d'arte. Inevitabili, se si pensa che entro i prossimi dieci anni ne varcheranno le soglie fino a 7 milioni e mezzo di persone l'anno. E un'impennata già s'attende per aprile, quando riaprirà la sala della Gioconda, dopo una ristrutturazione durata due anni e finanziata da una tv giapponese con quattro milioni di euro. «Gli spazi sotto la piramide - ammette Loyrette -sono insufficienti e il personale è costretto a lavorare in condizioni difficili. I luoghi sono rumorosi e mal si adattano al loro compito prioritario di accoglienza e informazione». Ma ecco i rimedi. «Con il sostegno dello Stato, lanciamo un progetto per ripensare l'accoglienza e l'informazione, non soltanto sotto la piramide, ma in tutto il museo. Il progetto dovrà favorire, creando altri accessi, il flusso dei visitatori e la qualità della loro visita. Perché, nonostante tutti gli sforzi di democratizzazione, il museo per molti appare lontano, addirittura arrogante e respingente. Il pubblico non ha le istruzioni per l'uso, non sa quello che bisogna vedere e come vederlo. Non è perché è facile andare al Louvre che tutti hanno accesso. I temi religiosi, mitologici, storici sono incomprensibili per la maggioranza». In questo nodo di divulgazione, nel suo ruolo «educativo e sociale» sta tutto il futuro del museo. E allora la ricetta è rivoluzionaria, come accade spesso oltralpe: due musei satelliti del Louvre, uno a Lens, nel Nord della Francia, l'altro addirittura oltreoceano, ad Atlanta, Usa. Ospiteranno esposizioni temporanee di capolavori provenienti dalla casa madre. Sir Nicholas Serota, il numero uno della Tate, pensa ancora più alla grande, ma in sede. Entro il 2012 gli spazi espositivi aumenteranno del 60 per cento, inglobando una fetta della fabbrica che ancora produce energia elettrica. E la suggestione, oltre che dalle opere esposte, verrà dalle nuove sale. «Alcune somiglieranno a caverne, altre a fabbriche», anticipa Serota. E in Italia? «Ci sono musei che non possono pensare di decentrarsi, non possono smembrare le raccolte, perché sono di per sé stessi un monumento storico nella loro interezza», dice Paolo Portoghesi, architetto e urbanista attento più che mai agli spazi di aggregazione nelle città. «Il Louvre è un mastodonte fantastico, programmato un secolo e mezzo fa, ora difficile da gestire, nonostante i tanti interventi, il continuo adeguamento alla domanda. Ha però il vantaggio di essere formato da un insieme di raccolte, qualcuna potrebbe emigrare. La riorganizzazione annunciata, che viene soltanto dieci anni dopo la rivoluzione della piramide di cristallo firmata da Pei, è sintomo positivo di sensibilità, di attitudine al cambiamento. Del resto il turismo sarà sempre più importante per l'ecnomia dell'Europa». E i musei nostrani, i serpentoni davanti agli Uffizi? «Bisogna distinguere da caso a caso - spiega Portoghesi - La raccolta fiorentina è contenitore intoccabile. Allora, l'unica strada praticabile è razionalizzare l'esistente: si sono creati nuovi ingressi, s'è allargato qualche spazio. Ma uno smembramento è impossibile. Altrove, a Roma, con il museo archeologico, la soluzione dello smembramento ha presieduto a una riorganizzazione totale, a un progetto che volutamente ha fatto di necessità virtù. La città non poteva offrire, nel centro storico, una sede tanto grande da riunire tutti i reperti antichi. Ecco allora i tre contenitori: le Terme di Diocleziano, Palazzo Altemps e Palazzo Massimo. Una soluzione eccellente dal punto di vista pratico». Se poi si vuole individuare una strada rivoluzionaria per evitare la congestione là dove allargare gli spazi non si può, ecco il ricorso al circuito comunicazione-immagine. «Le pubblicazioni sull'arte sono sempre più raffinate, i musei virtuali, da visitare attraverso Internet, sono surrogati che riescono a fornire qualche suggestione», suggerisce Portoghesi. Claudio Strinati, sovrintendente al Polo museale romano, preferisce la strada dell'ampliamento rispetto a quella del decentramento. «I visitatori aumentano, evviva, però è necessario fare in modo che una fila che dura un'ora si dimezzi. Ma non sezionando il patrimonio del museo. A Roma i Capitolini stanno prendendo gli spazi degli uffici adiacenti. Per il Louvre si ebbe il coraggio di far sloggiare un ministero intero, riuscendo così a non disaggregarlo. Perché un museo espone anche la sua storia, farlo a pezzi significherebbe passare un colpo di spugna sul suo passato che è anche il suo presente».