L'enorme area a lui assegnata nella Fiera di Milano (verrà inaugurata in aprile) l'ha occupata con una costruzione vetrata, tutta mossa, un gioco di volute che rimandano a una precisa idea di spazio: arioso e libero. Lui, Massimiliano Fuksas, della libertà di azione, ma prima ancora della libertà di scelta sembra essersi autoeletto paladino. E non per eccesso di amor proprio. Per necessità piuttosto. Quel genere di necessità caparbia, essenziale, che tende allo scopo mantenendosi attentissima ai dettagli, ma incurante degli incidenti di percorso. Una lezione di autonomia cui non è facile restare fedeli in questo paese. «Questo è un paese che paga un prezzo preciso. Paga quel che è successo dal 1964-1965 ad oggi. Io sono convinto che si tratta di una data decisiva. In quel momento si erano risolti i danni della guerra e le angosce della ricostruzione. Dopo il neorealismo ci si stava orientando verso una maggiore apertura intellettuale. La borghesia era sobria, la gioia di vivere tanta. Una grande occasione mancata. Perché non si è saputo cogliere la portata trasformativa che era insita in quel momento. Allora il paese poteva andare avanti, e non lo ha fatto. Poi è arrivato il 1968, che ai miei occhi (troppo interni forse, ma comunque attenti) altro non è stato che una ideologizzazione di qualcosa che sino ad allora non era ancora ideologico. In gioco era l'opportunità di un ricambio generazionale, radicale, rivoluzionario. Ma non è stata còlta. Il risultato è che questo, oggi, è un paese vecchio». Lei però una sua dimensione di libertà è riuscito a ritagliarsela presto. «Io sì. Devo dire, ho fatto sempre Quello che ho voluto. Mi trovo credo all'80 . Ma ancora si può migliorare, sempre...». E persone autenticamente libere, le capita di incontrarne molte? «No. Pochissime. Me ne vengono in mente due, entrambe sudamericane. Lo scrittore Luis Sepùlveda e l'architetto Oscar Niemeyer - il quale a 97 anni continua a fare l'architetto (bravissimo) dopo essere stato esule in Europa ed essersi battuto tutta la vita per le cause degli operai. La libertà però costa cara. Perché sei ritenuto non affidabile. Guardi il mio caso: io vivo e lavoro a Roma,per Roma, da sempre. Ma mai nessuno che mi abbia proposto un qualche incarico politico, foss'anche il consigliere di circoscrizione. Sa perché? Perché io critico, critico sempre. Troppo». Nel lavoro, come funziona? Come agisce la libertà del pensiero? «Io la vedo così: c'è l'immagine, e c'è l'emozione. L'immagine è già coscienza. E serve per creare delle emozioni, tutto quel che va a indagare la profondità e complessità della psiche umana. Nell'immagine già c'è una coscienza di libertà. Non è qualcosa che arriva successivamente, nel momento in cui si formalizza o si disegna. La libertà è dall'inizio. Non possono esserci vizi di forma, non si può incominciare con elementi antagonisti. O sei libero tu, è libero il tuo pensiero, oppure non se ne fa niente». Il detto: "libertà è responsabilità", la convince? «No, per niente. Decidi da che parte vuoi stare, questo sì. La libertà si unisce all'etica nel senso che devi essere libero di esprimere una tua etica. Ma non si tratta di responsabilità. Di decisione, piuttosto. "Responsabilità" per me è una parola mediocre. Voglio essere irresponsabile! Dalle avanguardie in avanti, le cose migliori sono sempre nate dalla irresponsabilità». Quando un progetto si conclude, avverte un senso di liberazione? «No, lì ci si svuota, c'è piuttosto depressione. La liberazione è prima. Quando un progetto ha superato la sua fase critica, non è ancora finito ma vedi che sta venendo bene. I momenti che preferisco sono quelli della sospensione. Come nella vita: quegli istanti, preziosissimi, quando vivi senza spazio e senza tempo». A proposito di luoghi del mondo, quale è un paese che le restituisce un senso di libertà? «L'Inghilterra, direi. Paesi che hanno fatto almeno una rivoluzione. La svolta liberale data dagli inglesi ha stabilito una possibilità di convivenza con la figura dell'autorità, e al tempo stesso con la rappresentanza del popolo. E poi, lì c'è solidarietà. Se nella giuria di un concorso c'è un inglese, di sicuro si preoccuperà degli inglesi in gara. In Italia. si vorranno silurare gli altri italiani. Per invidia. Perché siamo un paese piccolo borghese, dominato da sentimenti bassi. Qui non c'è libertà; e a volte penso che non c'è nemmeno altro». Come si comunica la libertà? E' possibile per così dire instillare un germe di libertà negli altri? «Purtroppo o per fortuna, la libertà nasce dalla cultura. Accade di dover comunicare il gusto della libertà a gente che non la vuole. Trasmettere la passione di scegliere a persone che preferirebbero non decidere niente. Se dovessi dire quale è il primo passo verso la libertà, direi nel comprendere che la situazione presente, specie quella politica, è una situazione finita. Noi dobbiamo capire questo, e superarlo. Aggirare la fatica inutile di adeguarsi a un sistema che è del tutto sorpassato. Bisogna scegliere di far parte del futuro. Se capisci il flusso di trasformazione, capisci dove vai. E la tua libertà individuale ne risulta immediatamente accresciuta».
L'irresponsabilità è la radice del meglio
Massimiliano Fuksas parla della sua esperienza di libertà e della sua importanza. Lui e la sua opera sono caratterizzati da una libertà di azione e di scelta, che è stata possibile grazie alla sua capacità di autoeleggere la propria libertà. Fuksas sostiene che la libertà è un concetto fondamentale, ma che è anche una sfida, poiché richiede la capacità di prendere decisioni e di essere responsabili delle proprie scelte. Lui stesso ha sempre cercato di essere libero e di esprimere la sua etica in modo autentico. Fuksas critica la società italiana, che secondo lui è vecchia e non ha saputo cogliere le opportunità di cambiamento.
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