Per mia conoscenza nessun piano urbanistico è stato concepito o ha guadagnato leternità: gli stessi autori hanno sempre pensato di lavorare per preciso momento storico e di doversi occupare di problemi e soluzioni contingenti, mettendo nel conto che col volgere del tempo sarebbe maturata la necessità di fare un nuovo piano per quanto perfetto potesse essere il proprio. Né gli storici hanno mai ridotto il valore di un Prg perché è stato seguito da un altro, ma hanno espresso il loro giudizio sulla base dei contenuti intrinseci e degli effetti riportati riconoscendo lefficacia delle norme e leleganza del disegno nellinterpretare lo spirito dellepoca e favorire lemergere delle qualità come la repressione delle negatività. Tutto ciò per affermare che chiedere un Puc non significa denigrare il vigente Prg, ma solo che abbiamo una nuova situazione a cui fare fronte. Lo stesso cambiamento del nome dovrebbe comportare una sostanziale differenza tra i due strumenti, una evoluzione, che ha già coinvolto altre regioni italiane, rivolta al miglioramento dellefficacia della pianificazione. Tra le tante novità vanno ricordate due, in particolare. La prima, di carattere normativo, comporta che il Prg decade, per legge, dopo 180 giorni dallentrata in vigore del piano provinciale. Fatti salvi gli effetti dei Pua, ciò implica la paralisi dellattività edilizia nel territorio comunale. Una tale eventualità si avvicina, visto che il piano della Provincia di Salerno è andato in vigore, è prossimo quello della Provincia di Caserta e, per quello di Napoli, si fanno stime di circa sei mesi. In sintesi, il tempo disponibile dovrebbe essere di circa un anno. Si può sempre scommettere sulla lentezza e sulle indecisioni della Provincia, travagliata al suo interno da conflitti che coinvolgono il piano tra i principali punti di divergenza della coalizione. Ma, anche per una maggioranza poco coesa, potrebbe essere allettante la prospettiva, nella competizione politica con il capoluogo, di accelerare i tempi per giungere a una condizione in cui Napoli, non avendo adempiuto ai suoi obblighi, si presta a essere commissariata dalla Provincia per la redazione del Puc? Per la seconda novità voglio richiamare la campagna in corso del Forum Salviamo il Paesaggio (www.salviamoilpaesaggio.it) per fermare il consumo di suolo. Questo coordinamento di varie associazioni ha inviato un questionario ai Comuni italiani per realizzare una indagine in grado di quantizzare tutti i volumi dismessi, abbandonati, non abitati e promuovere il loro riuso in alternativa alle nuove costruzioni su suolo libero. Il Forum è stato fondato il 24 ottobre 2011 a Cassinetta di Lugagnano, un piccolo Comune lombardo che aveva approvato un piano comunale in cui si riducevano le previsioni di espansione del precedente strumento urbanistico e si avviava una politica per costruire sulle aree già urbanizzate. A quella manifestazione intervenne lassessore De Falco, portando ladesione dellamministrazione napoletana e dichiarando, a ragione, che Napoli, con il suo Prg aveva già realizzato da anni quella politica di risparmio di suolo che veniva lanciata in Lombardia con la prospettiva di costruire un movimento nazionale. Proprio condividendo quellimpostazione di sostenibilità ambientale, è necessario coerentemente portare avanti la riflessione e fare un bilancio spassionato degli effetti. Napoli è sempre stata una città molto densa: nel 1921 la sua popolazione era il 54 per cento della provincia e da quella data questa percentuale incomincia a declinare sebbene il capoluogo cresca ancora in valori assoluti e raggiunga il picco nel 1971 con 1.226.594 abitanti. Il calo maggiore è degli anni Ottanta, quando, nel decennio, si passa da 1.212.387 a 1.067.365, con il contributo del programma di ricostruzione postsismico. È un declino che dura fino al 2011 quando arriviamo a 959.574. Questo andamento di riduzione della popolazione segue esattamente quello delle altre grandi città italiane. Poiché tra di esse Napoli è anche quella che ha la maggiore densità, appare del tutto comprensibile lobiettivo del Prg di puntare alla decompressione abitativa. La popolazione migrata da Napoli si è riversata in provincia, infatti oggi i suoi cittadini sono solo il 24 per cento dellintera popolazione provinciale (fuori del capoluogo abbiamo il 76). Di conseguenza, la superficie agricola provinciale che nel 1970 era di 81.913,02 ettari, nel 2000 si era ridotta a 53.753,72, con una perdita di poco più di 28.000 ettari. Non disponiamo ancora dei dati dellultimo censimento dellagricoltura per la provincia, ma sappiamo che nella regione si è avuta una ulteriore riduzione del 14,2 per cento, nel decennio 2000-2010. Se si continua a incentivare lo spostamento degli abitanti, la costruzione delle case nei Comuni della cintura o della provincia, in generale, avranno elevate probabilità di finire su suolo verde, come si riscontra anche dalle tendenze espansive dei piani comunali in approvazione. Si può uscire dal paradosso del Prg che per salvare i suoli di Napoli consuma quelli della provincia? Sì, senza inventarsi nulla. Se confrontiamo landamento della densità napoletana con quella degli altri grandi Comuni italiani: Roma, Milano e Torino, vediamo che sono del tutto uniformi dal 1911 al 2001. Dopo questultima data prendono direzioni diverse. Gli altri Comuni invertono la tendenza alla decrescita e aumentano la densità mentre Napoli continua a scendere. Si tratta di un richiamo nei centri, del compattamento dellurbanizzazione non solamente come potere di attrazione economico-sociale, ma anche come una soluzione alla devastazione delle campagne. Sempre più nei piani urbanistici europei e italiani leggiamo strategie di densificazione, di costruire sul costruito, di riconversione delle aree dismesse o sottoutilizzate come soluzione al risparmio di suolo. Per questi scopi Napoli può fare molto perché ha una ampia dotazione di aree industriali dismesse e zone da recuperare. In aggiunta ha livelli di accessibilità migliori tramite i trasporti di massa, il che aggiungerebbe al risparmio di suolo la riduzione di emissioni di gas climalteranti e dannosi alla salute del traffico automobilistico. In tutte le metropoli si è visto che aumento delle abitazioni e aumento delle attività produttive e dei posti di lavoro vanno di pari passo, sfatando un altro pregiudizio che vede sempre una contrapposizione tra le due funzioni. A metterle assieme si è prodigata anche lurbanistica più aggiornata consigliando sempre di più le zone ad attività miste, produttive e residenziali, grazie a una produzione che diventa sempre meno nociva e incompatibile con lambiente urbano e la vivacità e vivibilità di quartieri a 24 ore su 24 di frequentazione. Alla stessa alta densità, un tempo indice di disagio urbano, si stanno trovando soluzioni di assetto urbano in grado di esaltare gli spazi pubblici e di relazione sociale, lefficienza delle attività e la qualità dellabitare. Questi e tanti altri stimoli si presentano tra le novità per pianificare una città sostenibile, per pensare al Puc. Il "marchio Capri" o se vogliamo essere linguisticamente più moderni, il "brand Capri" funziona talmente tanto e da tanto tempo - dalla moda alle sigarette, dagli orologi alle auto e persino a un treno Monaco di Baviera-Napoli, vittima recente della strage dei treni-notte - che la scienza del marketing ora viviseziona lisola per abbinare ai suoi luoghi più famosi prodotti da mettere sul mercato. Sè visto in questi giorni sui giornali la pagina a colori duna multinazionale dei jeans che pubblicizza un tris di pantaloni di eguale modello, ma di diverso nome e colore: "South Beach Grey" - "Azur de Saint Tropez" - "Marina Piccola Green". Cè da star contenti tutti, se le meraviglie del golfo ancora vengono scelte come antidoto alla crisi e incrementano la vendita di nuovi calzoni, figurarsi come possa esserlo chi ha la buona sorte dessere nato a Capri e di avere casa proprio lì, a Marina Piccola, dinanzi allo scoglio delle Sirene. Quel fortunato sono io e comprerò e indosserò subito il "Marina Piccola Green" per presentarmi al municipio dal sindaco con un valore in più da esibire, quello commerciale, per chiedergli ancora una volta di far qualcosa per restituire il fascino perduto allamatissimo luogo. Il pubblicitario che ha creato quella terna di colori manca evidentemente da diverso tempo da questangolo dellisola. Se vi fosse andato più di recente, non lavrebbe affatto trovato verde, ma grigio scuro, anzi grigio sporco. Terminata la carrozzabile che viene giù da Capri, la targa "Marina Piccola" indica lo slargo che si apre dinanzi alla cappella di SantAndrea, eretta dalle fede dei pescatori oggi esodati dalla spiaggia per far posto a un suk di venditori di finte conchiglie, magliette e souvenir, alle esigenze dei concessionari degli stabilimenti balneari e ai tavoli di una panineria che richiama paradisi lontani con linsegna El Merendero. Appena più giù della chiesa è sistemata la pompa di risalita della fognatura, che per gli sforzi del motore fa puzza e rumore tanto da indurre i proprietari della casa confinante a far causa al Comune. Una grande struttura in ferro fa da capolinea ai bus di linea, cui si aggiungono quelli di una diversa ditta che porta in giro per lisola i gitanti sbarcati dai barconi provenienti dalla costiera amalfitana. Su questo quadro si aggiunge la pennellata finale dello sversamento dellimmondizia proveniente da cinque ristoranti e quattro spiagge, due libere e due a pagamento, in loculi a vista bastevoli forse per uno, così che supplisce a cielo aperto il restante della piazza, con turbinio di gabbiani di giorno e rodeo di topi la notte. E il percolato che stagna tra le spaccature dellasfalto disastrato. LAmministrazione comunale aveva promesso già da tempo di eliminare almeno questo sconcio, e aveva approntato un progetto per impiantare in luogo più decentrato un raccoglitore ecologico interrato di nuova generazione. E il condominio che sta nella vicina pineta aveva concesso per tale uso un proprio spazio, ma nulla è accaduto. Lanno scorso il sindaco eccepì che tardava lautorizzazione della sovrintendenza ai beni paesaggistici. Se ancora è così, si spicci la sovrintendenza se non vuole che lincanto di Marina Piccola continui a essere un ricordo. Nella speranza che quelli della multinazionale dei jeans non si accorgano di comè ora, se no va a finire che cambiano nome ai pantaloni.