In ossequio all'Europa germanocentrica, gli italiani stanno sopportando molti sacrifici. E altri ne verranno: c'è fame di soldi e il premier Monti fissa la ripresa solo dal 2013 per quanto il Fmi preveda un deficit dell'1,5. Ci rincuora solo il fatto che le previsioni di Washington non sempre sono azzeccate. Sono sacrifici che avremmo dovuto sopportare da tempo, rinviati per paura dei partiti di perdere voti. Ma se siamo riusciti a evitare la fine della Grecia, ci ritroviamo il rapporto fra debito e Pil in aumento sotto il peso dei tassi di interesse. Lo dice il Documento di economia e finanza del Governo: supera ormai il 123, al punto che il Tesoro sta ipotizzando una cartolarizzazione sui beni pubblici per ridurre il debito in agenda. Ma se si stanno chiedendo sacrifici così importanti sul salario reale, sulla produttività, sui consumi, è ben difficile che ci possa essere anche crescita del Pii Tanto è vero che il decalogo elaborato da Passera per lo sviluppo contiene provvedimenti destinati a produrre effetti nel medio-lungo termine. Non contiene terapie-choc, ma provvedimenti che un Paese normale avrebbe già dovuto prendere. E siamo in attesa di una nuova strategia europea che incorpora più crescita e meno austerità. Cosa possibile solo dopo le elezioni tedesche de12013 quando, non più intimorita dalla reazione dell'elettorato, la Germania potrà occuparsi anche della crescita. Da noi la recessione sembra far prevalere la sfiducia. Siamo un Paese sfiduciato, in cui quasi tre milioni di italiani non cercano nemmeno più lavoro e i disoccupati sono oltre il 10. Ma il mondo sta cambiando, l'Economist parla di «terza rivoluzione industriale» indicando come il futuro dell'Occidente sia nell'alta gamma e nell'innovazione. Si apre per le nostre imprese, per tutti noi quindi, un'occasione d'oro. Purché tutti - Governo, imprenditori, sindacati - siano disposti a coglierla. Perché non cominciare a dare qualche segnale? Il turismo, ad esempio, è una leva importantissima di tenuta e potenziale rilancio dell'economia, rileva il ministro Piero Gnudi di fronte ad una bilancia dei pagamenti turistica cresciuta in un annodi crisi di oltre il 16. Ebbene, dice un altro bolognese come Gnudi. Guidalberto Guidi, perché non favorire alla grande il turismo culturale, e cioè il patrimonio di questo Paese non adeguatamente sfruttato, fondendo il ministero del Turismo con quello dei Beni culturali?