E' VICEMINISTRO per i Beni culturali soltanto da pochi giorni, ma Antonio Martusciello ha già ben in mente gli obiettivi da raggiungere. E un'idea di fondo: non perdere di vista quelli che sono i caposaldi in qualche modo storici del nostro patrimonio culturale. L'impegno che dì recente lei ha assunto in qualche modo sancisce la centralità che, nella strategia del governo, la "risorsa" dei beni culturali riveste per il Mezzogiorno. Quali le priorità da mettere in agenda per poterla sfruttare di più e meglio? «Si tratta di insistere su percorsi che fino ad oggi ci hanno dato ragione. La crescita del turismo culturale, attraverso l'introduzione di una serie di importanti innovazioni di carattere gestionale, può rappresentare un importante volano di sviluppo per le regioni del Sud, così ricche di tesori inestimabili. Il ministero nell'arco di questa legislatura ha promosso politiche di valorizzazione dei beni culturali che hanno prodotto risultati molto positivi con un aumento considerevole dei flussi turistici; si pensi solo che a Pompei ed Ercolano nel 2004 si è registrato un incremento delle visite del 19,17». Il patrimonio classico, dunque, è ancor oggi una risorsa? «Certo. Tra le iniziative messe in piedi voglio ricordare "Teatri di pietra" che ha permesso di attivare un circuito di spettacoli in oltre venti teatri antichi ed aree archeologiche del Mezzogiorno, arricchendo così l'offerta culturale e determinando riscontri significativi in termini di benefici per il territorio. Ma una grande opportunità per il Sud credo possa venire dalla "rivoluzione culturale" introdotta dal ministro Urbani nel rapporto di collaborazione tra pubblico e privato. La possibilità di affidare la gestione di musei, siti archeologici, dimore storiche anche ai privati, può favorire la creazione di nuovi mestieri in questo settore e quindi di nuove occasioni di lavoro. La questione è particolarmente cruciale per il Meridione dove ci sono tante ricchezze abbandonate e giovani preparati» E quali le emergenze da affrontare? «In Campania purtroppo la risorsa bene culturale non è stata considerata strategica. Certamente c'è bisogno di una maggiore valorizzazione del nostro patrimonio. Ritengo che fin da ora occorra mettere mano, insieme agli enti locali, agli imprenditori nazionali ed internazionali, alla costituzione.di una Fondazione per la Reggia di Caserta, gli scavi di Pompei ed Ercolano e l'Ente Ville Vesuviane» C'è una questione di investimenti. Gestire un patrimonio culturale come il nostro e, ancor di più, valorizzarlo costa caro. In uno scenario economico non semplice, una soluzione almeno parziale può venire da Bruxelles? «Intanto vorrei ricordare che i fondi a disposizione di Arcus, la società per lo sviluppo di Arte Cultura e Spettacolo, raddoppieranno nel corso di quest'anno grazie ad un decreto legge approvato su proposta del ministro Urbani che aumenta dal 3 al 5 la quota destinata ai beni culturali dagli investimenti infrastrutturali collegati alla legge obiettivo. Questo sbugiarda quanti hanno accusato il Governo Berlusconi di tagliare le risorse per la cultura». " Fare sistema" è la formula su cui concordemente insistono gli economisti per affrontare uno scenario complesso come quello attuale. È possibile adottarla anche nel settore del beni culturali? «Quella del "fare sistema" è la filosofia di questo governo, la stessa che ha ispirato le nostre riforme. Creare sistema in un'area culturale significa dotarla di infrastrutture, di servizi, di tutti quegli strumenti che la rendano realmente fruibile. È quanto stiamo già facendo». Quanto le riforme istituzionali e segnatamente il federalismo incideranno nella politica di gestione del nostro patrimonio artistico? «In nessun modo. Vorrei ricordare che il codice Urbani, varato lo scorso anno, ha definito con grande chiarezza le attribuzioni dei beni culturali così da evitare conflittualità e confusioni di potere che ci sono state in passato».