L'archivio aperto a studiosi e polizie internazionali in caso di ritrovamenti o scomparsa di opere Il cardinale Sepe presenta il catalogo con 33mila pezzi: è il primo esempio in Italia Calici, quadri, sculture, arredi sacri, migliaia di pezzi che impreziosiscono le chiese della diocesi di Napoli sono stati catalogati e inseriti in un unico archivio. Elettronico, come i tempi moderni impongono. Si tratta di decine di migliaia di opere e oggetti liturgici che, a partire dal novembre del 2004, sono stati analizzati e fotografati da professionisti del settore. Storici dell'arte, conservatori di beni culturali, fotografi e un esercito di studenti. Insieme a loro i parroci, che hanno scandagliato altari, cappelle e sacrestie alla ricerca di libri antichi, crocifissi, abiti liturgici. Un lavoro enorme presentato ieri mattina presso il museo diocesano di largo Donnaregina dal cardinale Crescenzio Sepe. La pubblicazione dell'inventario dei beni mobili storico artistici dell'arcidiocesi di Napoli ha richiesto l'impiego di ingenti risorse finanziarie. Per questo è scesa in campo direttamente la Conferenza episcopale italiana grazie ai fondi dell'8 per mille, ma a questi è stato necessario aggiungere anche l'impegno economico della curia di Napoli. E proprio a Napoli va il primato, tra le grandi diocesi italiane, perla raccolta e la catalogazione del suo sconfinato patrimonio artistico. La Cei ha poi raccolto questi dati ed ha elaborato un software che permette la consultazione on line, chiaramente attraverso chiavi di accesso personali, di tutti i beni inventariati. Non solo. I parroci, grazie a questo sistema, possono continuamente aggiornare la quantità e il tipo di beni di cui la loro chiesa è in possesso. Un aspetto non trascurabile visto che il parroco, secondo la legislazione sia civile che ecclesiastica, è responsabile dei beni culturali dell'ente parrocchia. L'archivio elettronico è uno strumento essenziale anche dal punto di vista della sicurezza, per contrastare furti di pezzi pregiati e la successiva compravendita spesso anche nei mercati esteri. L'inventario è infatti collegato direttamente con il comando dei carabinieri per la Tutela del patrimonio culturale. Nel caso di sparizione di un calice o di un qualsiasi altro o w etto catalogato, la segnalazione può arrivare ai carabinieri in tempo reale, indicando attraverso l'archivio il pezzo trafugato di cui c'è un'immagine e una descrizione. In passato c'era bisogno di mettere a soqquadro gli archivi cartacei, cercare la fotografia (se c'era), inviarla via fax. Con questo sistema, invece, basta un clic e l'informazione può arrivare anche all'Interpol. « La Chiesa nei secoli passati ha perso molte opere - ha detto Sepe - ora ha l'obbligo morale di conservare ciò che ha, vogliamo continuare a mantenere e a tenere nostro questo patrimonio. Grazie a questo catalogo restituiamo a tutti quanti contenuti di fede e di cultura: 610 spirito del Giubileo incarnato nelle opere, non è solo progettazione futuristica». A presentare il catalogo, insieme all'arcivescovo, c'era il direttore dell'Ufficio nazionale per i beni ecclesiastici della Cei mons. Stefano Russo; il direttore regionale per i beni culturali della Campania Gregorio Angelini; il vicario episcopale perla Cultura della diocesi di Napoli don Adolfo Russo; Francesco Aceto, docente di Storia dell'arte all'università Federico II e padre Eugenio Parlato, direttore dell'Ufficio beni culturali della curia partenopea. È stato quest'ultimo che si è occupato, insieme a una squadra di collaboratori, di mettere a punto il catalogo elettronico: «In questo archivio sono catalogate circa 33mila opere, ma potrebbero essere molte di più. Per il momento non abbiamo preso in considerazione le chiese che sono di proprietà degli enti pubblici, quelle dei religiosi e delle confraternite».