Popolarmente è detta Colonna Antonina. E la colpa è di Domenico Fontana, l'architetto che la restaurò nel 1589 distruggendo i bassorilievi che decoravano il basamento e sostituendoli con una iscrizione che, erroneamente, attribuisce il monumento ad Antonino Pio. In realtà la colonna di piazza Colonna fu eretta in onore dell'imperatore Marco Aurelio dopo la sua morte, avvenuta nel 180, per rievocarne le imprese contro Germani e Sarmati. Mentre l'autentica colonna di Antonino Pio, l'Antonina appunto, venne alla luce a pezzi nel 1703 in via degli Uffici del Vicario, sfruttata in vario modo, tra l'altro per l'obelisco di Montecitorio. In cima alla colonna c'era la statua in bronzo dorato di Marco Aurelio, ma andò perduta nel Medioevo e allora Sisto V vi fece mettere quella di San Paolo. Il fusto è alto m 29,77 ma l'altezza totale è di m. 42; 28 tamburi sovrapposti di marmo di Carrara svolgono in 20 spirali un fregio a rilievo che rievoca le guerre di Marco Aurelio. Alla base c'è una porticina, un po' interrata, che apre su una scala a chiocciola; lungo 203 scalini, illuminati da 56 feritoie, sale fin sopra il capitello. La colonna, oggi al centro di una dignitosa isola pedonale, è stata spesso vittima di abusi edilizi. E questo da quando, inaugurata nel 193, 1810 anni fa, ebbe un custode, tale Settimio Adrasto, che fu autorizzato a impiegare il legname delle impalcature usate nella realizzazione dell'opera per costruirsi una casa nelle vicinanze. L'edificio, in seguito utilizzato da altri custodi, fu spazzato via durante i saccheggi che si susseguirono sulla città, finché nel 949 vi venne costruita una cappella. Papa Agapito II aveva affidato la manutenzione della colonna ai monaci della chiesa di San Silvestre in Capite, i quali vi costruirono appunto la cappella, dedicata a Sant'Andrea, come sede del custode e pretesero l'obolo da quelli che volevano salire la scala a chiocciola per ammirare dalla sua cima il panorama della città. Finì in appalto ad altri e allora nel 1119 1'abate di San Silvestro, il monaco Pietro, alla scadenza dell'appalto pretese la restituzione della colonna con minaccia di scomunica nei confronti di monaci o chiunque altro «desse in beneficio o in affitto colonna e cappella», come è scritto in una lapide alla destra della chiesa di San Silvestro. La cappella restò lì fino al 1589, quando Sisto V la fece abbattere. Ma dal Settecento arrivarono bancarelle di frutta e chioschi di bibita arroccati in torno alla colonna e un barbiere si costruì addossato al monumento un casotto, utilizzando l'ingresso all'interno della colonna come retrobottega; ci restò fino al 1805, quando venne cacciato e il casotto demolito. Ma non finì qui la sopraffazione, perché la colonna divenne il centro di una sorta di grande torrefazione all'aria aperta; il caffè di Roma infatti era tostato solo qui da una serie di stufe poste intorno alla colonna sottoposta ad un autentico inquinamento. Le stufe furono spaccate e portate via dopo il 1870, quando però la colonna divenne «er porta-monnezza». Infatti intorno alla colonna arrivarono sedie e tavolini per i clienti dei Caffè della piazza così che l'interno della colonna fu un ricettacolo di carta e rifiuti vari. E il monumento fu soprannominato il manico del portaimmondizie.