Claudio Fava Coordinatore Sel L'Italia ha 45 beni artistici tutelati dall'Unesco ma la metà dei 37 milioni di turisti che visitano il nostro Paese entra solo in 8 dei 424 musei. Il governo si muova, la cultura può favorire la crescita economica Il caso Bilbao. Qui il Guggenheim ha recuperato in soli sette anni l'investimento iniziale moltiplicato per diciotto Il caso Casoria. Il direttore del Cam ha bruciato una delle tele per denunciare che le opere sono ospitate nel sottoscala della scuola A temperare lo sfrenato attivismo del governo Monti, da molti mesi il professor Lorenzo Ornaghi, Ministro dei Beni culturali, tace. Su tutto. Limitando le sortite del suo dicastero a pochi, brevi e annoiati comunicati ufficiali il cui senso profondo è sempre lo stesso: non mi compete, non m'interessa, non mi appassiona, tanto io qui sono di passaggio... Qualche giorno fa il direttore del Cam, il Contemporary Art Museum di Casoria, ha bruciato una delle tele esposte nella collezione permanente davanti ai fotografi e ai giornalisti. Una provocazione estrema, benedetta dalla stessa artista francese che aveva venduto il quadro al museo, per far sapere agli italiani che a Casoria l'arte contemporanea è ospitata nel sottoscala di una scuola, come non accade nemmeno ad Haiti (il Paese più povero dell'occidente ha collocato la propria collezione dei pittori naives dell'edile haitienne nel palazzo presidenziale). Il direttore del museo, Antonio Manfredi, ha spiegato di essere arrivato a quel gesto dopo aver chiesto invano un segno di vita dal ministero dei beni culturali e dal suo silente ministro: una parola di preoccupazione, una vaga promessa, una visita... Niente. Silenzio. Peccato, perché quel museo che si trova a Casoria, non a Brera è anche un presidio sociale che serve a bonificare dalle tossine della rassegnazione e dell'incuria una delle più frustrate periferie urbane d'Italia. Perché anche a questo serve la cultura, giusto? A rieducare il senso comune di un Paese alla bellezza, a produrre curiosità, ricerca, sperimentazione, condivisione, a riempire gli spazi e i tempi vuoti e desolati nella vita delle nostre comunità. Non a Casoria. E nemmeno altrove. L'Amaci, associazione che raccoglie i musei italiani di arte moderna, chiede da tempo invano un incontro al ministro Ornaghi: non solo «per fare il punto sulle criticità e le fragilità del sistema museale dell'arte contemporanea in Italia», ma anche per «dimostrare al governo la capacità dei nostri musei di generare cultura, educazione, formazione, occupazione e crescita economica in tutto il territorio nazionale». L'unica risposta, fino ad oggi, è stata il commissariamento del Maxxi, il museo di arte contemporanea di Roma (l'equivalente, in teoria, della Tate Gallery di Londra e del Prado di Madrid), messo in ginocchio con un risicato budget di due milioni di euro l'anno, quindici volte meno della Tate di Londra. Grave che le risorse siano così misere, preoccupante che si torni ai commissariamenti di cui aveva fatto uso e abuso il vecchio governo Berlusconi. A monte c'è il solito equivoco che con l'arte in Italia non si mangia. Altrove, sì. Uno studio di European Affairs ha dimostrato che il Guggenheim di Bilbao (città assai modesta per storia, dimensioni e logistica se paragonata a Firenze o Venezia) ha recuperato in 7 anni l'investimento iniziale moltiplicato per diciotto (!), con un indotto stabile di diverse migliaia di posti di lavoro. In Italia invece negli ultimi dieci anni tutti i governi (con una trasversalità per nulla virtuosa) hanno progressivamente decurtato la voce "cultura" dai bilanci dello Stato riducendola dallo 0.39, una percentuale già irrisoria, a un ridicolo 0,19 del Pil. L'equivalente di una mancia, per di più tirchia. Eppure l'industria culturale nel nostro Paese dà lavoro a quasi un milione e mezzo di persone e nel 2010 ha prodotto profitti per quasi 70 miliardi di euro. Meno di quanto potremmo fare: l'Italia ha 45 beni artistici tutelati dall'Unesco ma la metà dei 37 milioni di turisti che visitano ogni anno il nostro Paese entra in solo 8 dei 424 musei statali italiani. Per gli altri restiamo pizza, sole e mandolino. Anche su questo punto ci sarebbe piaciuto sentire una parola limpida e forte dal governo e dal ministro Ornaghi: il segno di un'attenzione, di un'inversione di tendenza, di una ritrovata cura o semplicemente l'onestà politica di chi dice che da una crisi (di denari e di valori) si esce aggiungendo saperi, non negando diritti (vedi articolo 18...). Invece i soldi sono rimasti pochi, i musei bruciano le opere degli artisti in piazza, i conti della cultura restano in rosso. Se il ministro Oenaghi c'è ancora, che batta un colpo, per favore.