Caglioti: Girolamini, nuove regole L'intervista. Lo storico dell'arte ha lanciato l'iniziativa dopo gli articoli del collega Tomaso Montanari Nuove regole per i Girolamini Il primo firmatario dell'appello, Francesco Caglioti: noi, docenti trasformati in detective per dovere morale E intanto Ornaghi revoca De Caro da consigliere Destino incerto. «Ho visto il complesso sempre chiuso, sempre impenetrabile, sempre affidato a un destino incerto» Il suo infinito amore per il patrimonio culturale traspare da ogni frase. E la petizione che ha avviato nella speranza di strappare al degrado la biblioteca dei Girolamini non è altro che questo: un atto d'amore. Francesco Caglioti, docente di Storia dell'arte alla Federico II, è riuscito a trascinare nella sua impresa migliaia di altri intellettuali e docenti. E un primo risultato si è già avuto: il ministro Ornaghi ha revocato il direttore De Caro dal ruolo di proprio consigliere, come chiedeva ieri su queste colonne Tomaso Montanari. Professor Caglioti, lei è il primo firrmatario dell'appello per il recupero della biblioteca. Perché un appello? «L'idea di scrivere l'appello e di sottoporlo al maggior numero possibile di colleghi e studenti mi è nata a seguito degli articoli dell'amico e collega Montanari, e delle fitte conversazioni con lui. Lavoriamo insieme, intensamente, alla Federico II, condividiamo gli stessi bravi studenti, e da anni ci poniamo il problema dei Girolamini così come di molti altri luoghi inaccessibili (o quasi) della Napoli storica e monumentale». Eppure il complesso dei Girolamini occupa un posto importantissimo nel patrimonio culturale. «Come studioso che a Napoli si è laureato, e che da studente negli anni dopo il terremoto ha abitato presso il Duomo, quella dei vicini Girolamini è stata una fissazione precoce: sempre chiusi, sempre impenetrabili, sempre affidati a un destino incerto, e quotidianamente ammirati da fuori con ogni desolazione». Le è capitato di recente di visitare la biblioteca? «No, non sono tornato alla biblioteca negli ultimi tre anni, e dunque non conosco di persona De Caro e Marsano. Ma ho seguito con molta sollecitudine i racconti di studiosi (italiani e stranieri) e di studenti in difficoltà, sia con la biblioteca, sia con l'archivio storico dei Girolamini (un problema, questo, rimasto in disparte in questi giorni, ma non meno importante). Fra le migliaia di sottoscrittori della petizione, alcune decine mi hanno scritto e continuano a scrivermi per narrarmi di persona incidenti vari, ritardi, disfunzioni, frustrazioni». Pare che la biblioteca abbia diritto ad una consistente somma di arretrati dal ministero, ammontante ad alcuni milioni di euro: occorre vigilare sull'uso di questo denaro? «Beh, certissimamente, così come si dovrebbe fare con l'uso di tutte le risorse pubbliche». Il ministro Ornaghi ieri, rispondendo a un'interrogazione parlamentare, ha affermato che la nomina del direttore non spetta a lui ma ai padri filippini. E' così? «E' vero che per legge la nomina del direttore spetta al conservatore, ma è altrettanto vero che non è valida senza la ratifica del ministro. E nel caso di De Caro tutto lascia concludere che il conservatore sia stato assai malconsigliato, e che dunque il ministero aveva e ha da sindacare sudi lui e, attraverso di lui, sul suo emissario per la biblioteca». A suo avviso quella di De Caro è stata una nomina politica? «Non ci vuole molta intelligenza, davanti alle sue origini partitiche, per capire che la sua nomina come bibliotecario non può essere scaturita in alcun modo dai filippini, ma è stata piuttosto suggerita loro dall'esterno e dall'alto». Che cosa è urgente fare adesso? «Indipendentemente dallo svolgimento delle indagini della magistratura, mi pare che il ministro non possa sottrarsi all'opportunità di rimuovere anche dalla direzione l'incompetente De Caro e l'incauto Marsano. Com'è scritto nella nostra petizione, l'Italia pullula di disoccupati infinitamente più adatti di lui. C'è poi la necessità, messa avanti nella petizione, di avere una commissione di inchiesta che lavori a tutto campo sugli ultimi settant'anni dei Girolamini. Le ripetute autodifese odierne di De Caro e Marsano insinuano che le perdite librarie di cui ci si accorge solo ora (dopo gli articoli di Montanari e dopo la petizione!) rimonterebbero a vari decenni prima del zoog, eppure è strano che la bibliografia del secondo Novecento abbia sempre celebrato le opere illuminate dei due bibliotecari Antonio Bellucci (attivo dal dopoguerra fino al 1971) e Giovanni Ferrara (1971-2009). C'è qualcosa che non quadra in tutto ciò». Lei crede che le norme che regolano la gestione di monumenti come il complesso dei Girolamini debbano essere riviste? «I Girolamini e la loro storia recente e presente pongono d'altronde un problema più vasto e più strutturale, che riguarda undici complessi monastici di prim'ordine elevati nell'Ottocento a monumenti nazionali affidati nella sola custodia ai religiosi che vi abitano (Santa Giustina a Padova, Draglia, Farfa, Subiaco, Grottaferrata, Montecassino, Casamari, Trisulti, Cava dei Tirreni, Montevergine, Girolamini). Con il drammatico ridursi delle vocazioni religiose regolari, ormai sta finendo per sempre la lunga epoca dei grandi eruditi monastici che allestivano le biblioteche, vi studiavano dentro ogni giorno e ne incrementavano il patrimonio attraverso continui acquisti e attraverso la produzione di nuove opere come autori essi stessi. Come dimostra il caso attuale dei Girolamini, spesso gli ordini religiosi non sono più in grado di esprimere da soli i degni successori di quelle figure. Spetta dunque al ministero mettere a punto tutti gli interventi necessari a contrastare ovunque questi pericoli, attraverso una vigilanza diretta e indiretta che la legge gli consente, anzi gli impone». Due senatori vicini a Marcello Dell'Utri hanno presentato un'interrogazione parlamentare critica nei confronti suoi e di Tomaso Montanari. Come l'ha presa? «L'interrogazione ha chiesto al ministro della Ricerca, Profumo, di operare "anche in sede ispettiva" per verificare" e "accertare il rispetto degli obblighi istituzionali" di noi due docenti, e controllare se il nostro impegno culturale e le nostre proteste civili possano "ricondursi allo svolgimento delle normali attività accademiche imposte dalla legge". Per quanto riguarda me, tranquillizzo subito i due senatori. Lavorando per l'università, la ricerca e i miei allievi sedici ore al giorno tutti i giorni della mia vita, trovo anche il tempo di fare ogni tanto (ma non spesso come vorrei) una petizione come questa: un atto dovuto di cittadino, prim'ancora che di professore universitario, che ha a cuore la salvezza morale di questo Paese».