L'Aquila, tre anni dopo. Era facile, tre anni fa, essere profeti. Dicevamo dieci anni almeno, considerate le altre esperienze italiane e la complessità della situazione, paragonabile, per gravità, solo a quella del terremoto di Messina, e ci guardavano storto, come fossimo menagrami. Oggi i più ottimisti dicono quindici anni, visto anche come si sono sprecati gli ultimi due, nell'incapacità perfino di sgomberare le macerie. Una città che veglia il proprio cadavere, un centro storico ancora isolato, spettrale, perduto in un silenzio di tomba; e attorno, lo sfilacciamento del tessuto, luoghi che non sono più luoghi, stravolti da una diaspora che sta portando la popolazione e le attività a disperdersi in nuclei anarchicamente scomposti lungo il territorio circostante. Se c'è ancora L'Aquila, la sua sopravvivenza, sta mancando sempre più la città come entità fisica e sociale, agglomerazione coordinata e unitaria che viene determinata dalla condivisione di un comune progetto di vita. Qualcosa che fa evocare quanto deve essere capitato a Pompei. E se L'Aquila piange, i borghi terremotati dei dintorni non hanno più lacrime da versare: fantasmi, già allo stato archeologico. Anche in questo caso, non era stato difficile vaticinare: L'Aquila potrà trovare le forze per rinascere da se stessa, i borghi no. Grazie al cielo, non tutto è bloccato, funziona l'università, funzionano altre istituzioni civili. Ma è troppo poco per distogliere gli aquilani dalla tentazione, o più spesso dalla necessità, di vivere altrove. E questa, ora, la maggiore urgenza da affrontare. Prima che sia troppo tardi.