SERAVEZZA - Il parroco da anni ripeteva che le esplosioni nelle cave di marmo mettevano in pericolo l'edificio Hermes, il giovane parroco, lo ripeteva da anni. «Le esplosioni nelle cave stanno mettendo in pericolo la chiesa, qui tutto rischia di crollare». Vox clamantis in deserto. La scellerata corsa allo sbriciolamento del Monte Altissimo si è molto ridimensionata ma, purtroppo, nulla è stato fatto perla chiesa da ieri sigillata e dichiarata inagibile a causa di crepe e voragini che la stanno divorando. Non è una parrocchia come tutte le altre, la Cappella di Azzano, pieve romanica dove Michelangelo lavorò, ma un capolavoro dell'arte sotto il Monte Altissimo che adesso rischia di scomparire per sempre. Sulla facciata, già segnata dalle incursioni naziste e dai bombardamenti alleati, c'è un rosone di straordinaria bellezza. Lo chiamano l'Occhio di Michelangelo e antiche testimonianza raccontano che il Buonarroti in persona vi abbia lavorato con ispirata maestria. Che il Maestro fosse ad Azzano a «cavar marmo» dall'Altissimo per il colonnato di San Lorenzo è storia e dunque il genio della scultura ha conosciuto la pieve e vi ha lavorato con i suoi allievi per il rifacimento della facciata e probabilmente per la costruzione di un colonnato andato poi distrutto durante la Seconda Guerra Mondiale. Le mine hanno dunque concluso il loro percorso infame. E le promesse del comune di Seravezza e della curia di Pisa di restaurare la chiesa sono rimaste nei libri dei sogni. «Ho dovuto annullare battesimi, comunioni e matrimoni dice padre Hermes ma la cosa che fa più male è vedere questo capolavoro frantumarsi». La Pieve, se pur poco valorizzata, è da sempre meta di pellegrinaggio turistico. Nel piccolo parco davanti all'Occhio di Michelangelo, a metà strada tra i paesi di Azzano e Fabiano, ogni estate arrivano studenti da tutto il mondo a imparare l'arte della scultura. Il paesaggio è sublime: l'Altissimo, grigio e imponente, sorveglia la vallata che arriva sino a Seravezza e poi a Querceta e infine al mare di Forte dei Marmi, seguendo quel cammino «la strada dei marmi» disegnato dallo stesso Michelangelo. Qualche chilometro più a valle, sulla via di Ami, c'è un convitto di suore che conserva un frammento di una colonna scolpita dal Buonarroti per San Lorenzo. Michelangelo probabilmente la scolpì proprio sul sagrato della Cappella. Una colonna infame, che cadendo, uccise un operaio e rischiò di travolgere il maestro che, come ricorda una lettera del tempo scritta da Berto da Filicaia, primo operaio dell'Opera di Santa Maria del Fiore, si salvò per miracolo. Di Seravezza e dell'Altissimo, che nascondeva un marmo statuario di pregio straordinario, Michelangelo (che qui lavorò dal marzo 1518 al febbraio 152o) non si portò dietro un bel ricordo. Costretto a lavorare in «quella terra peduta», Buonarroti in una lettera la descrive molto aspra dove «gl'uomini molto ignoranti in simile exercitio; (quello di cavare il marmo per le statue ndr) però bisognia una gran patientia qualche mese, tanto che e' si sieno domestichati e' monti e ammaestrati gli uomini». Ma poi, quasi ispirato e toccato dal dio dell'estetica, guarda al futuro con l'entusiasmo del neoplatonico e aggiunge «Basta che, quello che io o' promesso, lo farò a ogni modo, e farò la più bella opera che si sia mai facta in Italia, se Dio me n'aiuta».