Brindisi, indagati i Degennaro: "Come 160 campi di calcio" BRINDISI - Nuovi guai giudiziari per i fratelli Degennaro, finiti stavolta nel mirino della procura di Brindisi per presunti illeciti nel campo delle energie rinnovabili. Nel registro degli indagati, tredici in tutto, figurano i nomi dei tre fratelli Daniele, Vitoe Gerardo Degennaro, quest'ultimo consigliere regionale del Pd, già coinvolti nello scandalo-appalti al Comune di Bari. Le ipotesi accusatorie formulate dalla procura di Brindisi a carico degli imprenditori baresi sono di lottizzazione abusiva e costruzione di impianti fotovoltaici in aree sottoposte a vincoli paesaggistici, aggirando la Valutazione di impatto ambientale. Il valore dei 19 impianti, tutti finiti sotto sequestro, si aggira intorno agli 80 milioni di euro, campi al silicio estesi su una superficie complessiva di 120 ettari nelle campagne di Brindisi e provincia, a San Pietro Vernotico: pari a 160 campi di calcio. Notificato ieri mattina l'avviso di conclusione delle indagini a firma del procuratore aggiunto Nicolangelo Ghizzardi, titolare delle inchieste giunte a quota nove, sugli impianti fotovoltaici col trucco realizzati in territorio brindisino, contestualmente al decreto di sequestro delle opere abusive a firma del giudice per le indagini preliminari Paola Liaci. In questo, come negli altri casi, l'ipotesi degli investigatori è che i costruttori abbiano frazionato artificialmente gli impianti, suddivisi sulla carta in centrali da un megawatt l'uno (per i quali basta una semplice Dichiarazione di inizio attività ai Comuni interessati), per aggirare la complessa procedura dell'Autorizzazione unica regionale, prevista dalla legge sulle rinnovabili per gli impianti di potenza superiore. Con l'aggravante, in questo caso, che le opere sono sarebbero state realizzate in barba ai vincoli paesaggistici posti dalla Soprintendenza, secondo cui nei terreni in questione avrebbero dovuto sorgere solo ulivi secolari e vigneti. I campi al silicio realizzati abusivamente, sequestrati dalla guardia di finanza al comando del colonnello Vincenzo Mangia e del maggiore Alessandro Giacovelli si trovano a Brindisi, in contrada Buffi-Acquaro (60 ettari, dieci impianti contigui), sempre a Brindisi in contrada Angelini (40 ettari, cinque impianti), a San Pietro Vernotico, in contrada Le Forche (20 ettari, quattro impianti), e risultano essere di proprietà di cinque società riconducibili al gruppo Energia, nell'amministrazione delle quali ruotano i nomi dei personaggi indagati, in affari con il gruppo Degennaro. Si tratta di Antonio Colangelo, di Bari, 45 anni; Giuseppe Monteleone, di Bari, 52 anni; Giacomo Oro, 46 anni, di Bari; Ylenia Pavone, 41 anni, di Bari; Michele Corona, 52 anni, di Taranto; indagati per gli stessi reati anche i proprietari dei terreni Augusto Pisoni, 75 anni, di Bergamo; Giovanni Tortorelli, di Matera, 52 anni; Carmelo Saracino, 72 anni, di San Pietro Vernotico (Brindisi); Donato Colazzo, 54 anni, di San Pietro Vernotico e Cosimo Miceli, 83 anni, di San Pietro Vernotico. Scrive il gip nel decreto di sequestro degli impianti bollati come abusivi: "Innegabile la presenza di un unico centro di interessi incentrato su Giacomo Oro e Daniele Degennaro che hanno rivestito, succedendo l'uno all'altro, il ruolo di rappresentanti legali del gruppo Energia". Stesso scambio di ruoli, secondo gli accertamenti documentali messi a punto dagli investigatori, che si sarebbe verificato nel tempo ai vertici di tutte le imprese del gruppo. Si tratta dell'ennesima inchiesta a carico degli imprenditori baresi, costruttori con le mani in pasta sulle opere edilizie più importanti del capoluogo barese, affari scoperchiati dai pm Renato Nitti e Francesca Pirrelli, sui quali le indagini non sono ancora concluse. Il penultimo scandalo è quello esploso il 13 marzo scorso, relativo alla realizzazione dei parcheggi interrati del centro direzionale barese e dei palazzi di via Papacena destinati alle forze dell'ordine. L'inchiesta ha condotto agli arresti domiciliari di sei persone, fra cui due dei fratelli Gerardo Degennaro oltre che funzionari regionali e comunali, ai quali secondo l'accusa gli imprenditori avevano pagato i prezzo utile ad aggiudicarsi gli appalti.