L'arte contemporanea rischia di diventare archeologia. Musei in disarmo, bollette non pagate, collezioni che si smantellano. Il Maxxi di Roma è sull'orlo del commissariamento. Il Madre di Napoli da oggi chiude il terzo piano e dimezza il biglietto. La Galleria Civica di Trento non ha più i fondi del Comune. E ancora: il Man di Nuoro attende un nuovo direttore da dicembre, così come la GC. AC. di Monfalcone. Mentre è tutto da definire, a Palermo, il futuro di Palazzo Riso. Ieri l'Amaci, l'associazione che riunisce 27 istituzioni d'arte contemporanea, (il Pan di Napoli, intanto, è stato estromesso perché la direzione artistica manca da troppo tempo), ha lanciato l'allarme e chiede di incontrare il premier Monti e i ministri. Per spiegare con un rapporto dettagliato che queste istituzioni possono «generare cultura, educazione, formazione, occupazionee crescita economica in tutto il territorio nazionale». Al momento, invece, sono quasi tutte in esercizio provvisorio: con i bilanci approvati mese per mese. «Chiediamo un dialogo al governo», dice Beatrice Merz, presidente dell'Amaci dall'inizio di aprile e direttore del Castello di Rivoli. «Siamo tecnici anche noi, possiamo suggerire delle soluzioni per i musei: non bisogna decidere drasticamente che una situazione non funziona più». Per Merz c'è anche un problema serio di educazione: «Quella all'arte contemporanea, in Italia, manca completamente - precisa - . Così come non abbiamo una borghesia illuminata che possa compensare le difficoltà degli enti pubblici nel sostenere le istituzioni museali». I mecenati latitano, come un provvedimento sugli sgravi fiscali legati all'arte. «Però, è bene ribadirlo: i musei in crisi sono realtà che le stesse amministrazioni pubbliche hanno voluto e contribuito a creare in passato, patrimoni collettivi in dismissione. Non si possono abbandonare». Il riferimento è prima di tutto al Maxxi: «Auspico che il ministero faccia marcia indietro: che non venga commissariato», conclude Merz. Attorno al museo romano l'Amaci fa quadrato: l'attuale gestioneèa prova di verifica. Se il bilancio 2012 non è stato approvato, insomma, è perché i contributi statali non sono più arrivati. E si grida al grave danno di immagine per l'intero sistema culturale italiano: «Il Maxxi poteva essere la nostra Tate», dice il consigliere Amaci e direttore della Gamec di Bergamo Giacinto Di Pietrantonio. Ieri anche i sessanta sostenitori privati, donatori di 800 mila euro in due anni con il progetto "I Live Maxxi", hanno scritto una lettera al ministro dei Beni culturali per evitare il commissariamento. E Ornaghi ha ribadito: «Avviare una procedura di commissariamento non significa commissariare è un atto dovuto. Teniamo al Maxxi». «Sono combattiva, altrimenti il Maxxi non ci sarebbe - spiega la direttrice Anna Mattirolo - . La cultura è una delle strade per rifondare il nostro Paese. Il patrimonio ce l'abbiamo». Al di là del caso Maxxi, la sostanziale novità della nuova ondata di crisi dei musei italiani è l'impossibilità di far fronte, non solo a una programmazione a lungo termine, ma spesso alle stesse spese di funzionamento. Magari alle bollette della luce. Vedi il Madre. «Spese che dovrebbe accollarsi l'amministrazione pubblica e non gli sponsor», dice Gianfranco Maraniello, consigliere Amaci e direttore del Mambo di Bologna, che in questo momento rappresenta un esempio virtuoso: più del 60 dei costi sono coperti dai privati; il Comune paga 610 mila euro dei 2 milioni e 100 di bilancio gestito. Ed è stato possibile programmare fino al febbraio 2013. «Questo perché non voglio mettermi in situazioni di pericolo - continua Maraniello - ma i nostri colleghi europei ora stanno già pensando al 2015». Qui in Italia, se va bene, si arriva all'estate.