NEL 2008 Nicolas Sarkozy lanciò l'idea della "Grand Paris". Forte di un rinnovato entusiasmo connesso alla sua recente elezione, il nuovo presidente francese interpretò l'esigenza, quasi l'urgenza, della città di richiamarsi al suo secolare spirito di grandeur, attraverso un progetto visionario per la città e l'intera area metropolitana (Ile de France). n progetto che ha visto coinvolti architetti, urbanisti, geografi, sociologi, convocati da tutto il mondo per riflettere sulla Parigi del XXI secolo e tracciarne un orizzonte coerente di sviluppo. Eppure in quegli anni immediatamente precedenti la crisi, Parigi non era una città in stasi. Grandi e piccoli progetti urbani di trasformazione e di riqualificazione erano (e sono) in corso, nelle periferie ( banlieue) o in un centro storico in continua modificazione, con parcheggi, attrezzature, residenza. Le regole urbanistiche di base, fornite dal plan local d'urbanisme ci sono, vengono rispettate, ma vengono continuamente interpretare e re-interpretate secondo una flessibilità adeguata alle necessità di una metropoli complessa. Nonostante ciò, la città ha espresso l'esigenza, correttamente colta dalla classe dirigente, di reimmaginare e di riscrivere il proprio pensiero sulla città del futuro, i modelli della crescita urbana, soprattutto ridefinire l'immagine che la propria città dovrebbe avere tra vent'anni e il memorabile discorso di Sarkozy alla presentazione del programma-progetto ne interpretava solidamente lo spirito. Napoli non è Parigi. E non è nemmeno Venezia, visti gli incongrui confronti che si stanno facendo in questi giorni. Conserva ancora il ruolo della più grande metropoli del Meridione, ma rischia di implodere lentamente e di cedere il passo rispetto a realtà urbane più piccole ma più attive e con più voglia di posizionarsi sempre meglio nella competizione tra città: Bari, Salerno, finanche nuove agglomerazioni di città medie che agiscono insieme su obiettivi comuni: la "città nolana", la Murgia, il Salento, che offrono servizi di livello sempre più elevato, garantendo condizioni di vivibilità migliori. In questa cornice, meravigliano alcuni recenti lunghi dibattiti su pezzi di città, importanti, ma comunque marginali se espunti da una visione complessiva e strategica. Mentre dovunque ci si confronta sul concetto di smart city, smart mobily, comunità "intelligenti", ad esempio, a Napoli si discute da settimane sulla necessità di trasformare un frammento urbano, su chi lo debba fare e su quando farlo (se prima o dopo la demolizione della veranda abusiva realizzata sull'albergo Romeo). Le trasformazioni di aree urbane come quella della cosiddetta Insula, ad esempio, sono ovviamente questioni che meritano riflessioni ben temperate, ma che dovrebbero restare nella dimensione giusta dell'ordinaria gestione, cui l'amministrazione comunale è stata delegata, e relativamente alla quale si assume correttamente le proprie responsabilità, scegliendo in base ai dati disponibili, alle convenienze per la città, agli indirizzi politici, sempre validi in democrazia. O, ancora, la trasformazione, vista oggi patentemente marginale, della scogliera di via Caracciolo: una modifica di ordine tecnico di un elemento frangiflutti è stata vissuta per settimane come una linea invalicabile sul futuro della città o sull'equilibrio paesaggistico della Villa comunale, dove la Cassa armonica, peraltro, è stata invece parzialmente smontata in un paio d'ore. È evidente che le esigenze e le emergenze per una città delle dimensioni di Napoli sono altre. Ed è necessario che, accanto alla cura e all'amministrazione dell'ordinario, si riapra un dibattito sensato sulla città e sulla sua area metropolitana, discutendo e disegnando scenari multipli e immaginifici, e alla fine scegliendo quello più convincente e quello lungo il quale allineare la progettualità e i pochi finanziamenti. Riportare il discorso sulla Grande Napoli, oltre che più interessante, appare necessario, anche se complesso e dispendioso. In alternativa si può sempre comodamente continuare a semplificare, e discettare su mansarde irregolari, moli di sottoflutto, pezzi di pontili, di 100 posti auto in piùo in meno, ma in questo modo questi anni saranno forse gli unici a non aver lasciato, nel bene o nel male, una propria idea della città futura.