LA RICERCA e la sperimentazione urbanistica degli ultimi decenni, pur in assenza di una riforma della legge urbanistica nazionale che risale al 1942, hanno evidenziato le criticità e le arretratezze di un modello di pianificazione convenzionale ereditato da quella legge, e praticato a partire dal secondo dopoguerra. ttualmente gli amministratori e gli urbanisti si muovono in un quadro legislativo mutato da una rivoluzione silenziosa - prodotta dalle leggi regionali, poiché l'urbanistica è materia di legislazione concorrente tra Stato e Regioni - che ha sostanzialmente modificato il piano, le sue procedure, e il suo ruolo nelle trasformazioni urbane. Del lungo dibattito sul piano regolatore e sulla sua efficacia, che si protrae dalla fine degli anni Settanta, un punto si può ritenere ormai largamente condiviso: e cioè che non è più possibile ritenere il piano come lo strumento che racchiude in sé tutte le potenzialità e le risorse per lo sviluppo e il cambiamento del territorio. Il piano è una tra le componenti del processo di pianificazione e di governo del territorio che, nei diversi livelli, consente di affermare una idea di città qualora riesca a sostenere e orientare politiche, azioni e progetti coerenti e coordinati. Il governo del territorio è esito di un processo plurale e complesso, che mette insieme valori stabili, scelte strutturali, grandi progetti di trasformazione, strategie finalizzate, e pratiche - faticosissime - di gestione dell'ordinario, che giocano un ruolo centrale per la vivibilità di una città. È condivisa l'idea che il piano urbanistico non sia più il totem della gestione del territorio, nella sua forma chiusa, bloccata e convenzionale; ma che sia da intendersi come strumento capace di gestire e accogliere la domanda di cambiamento, nel rispetto conformativo delle scelte di lungo periodo, che tutelano i valori collettivi, non negoziabili, identitari (stratificazione, storia e memoria, ambiente e paesaggio, equità e solidarietà). In questo senso il piano - nelle più avanzate leggi regionali italiane - è suddiviso in una parte "strutturale", appunto, e in una parte "operativa" che ha un carattere più contingente, legata ai programmi di sviluppo che è possibile mettere in atto in base alle esigenze e alle risorse disponibili. Programmi cioè, che spesso coincidono con il mandato di un sindaco, e che prevedono la realizzazione di piccoli e più grandi progetti, di strade, scuole, aree dismesse, parchi urbani, da realizzare in pochi anni, con risorse certe, per dare risposta immediata alle esigenze della città che cambia. In questa relazione tra "strutturale" e "operativo" c'è il contenuto innovativo di un'urbanistica in cui la politica deve giocare un ruolo sempre più centrale, mettendo in gioco capacità di intrapresa e responsabilità, lucidità nella costruzione di scenari possibili intorno a un' idea di città condivisa. Una politica che, tuttavia, non può fare a meno di un sapere tecnico competente, in grado di produrre visioni efficaci, fattibili e pertinenti, attraverso una progettualità capace di trasformare il territorio, i suoi spazi e i suoi paesaggi in un habitat sempre più vicino alle esigenze dei cittadini, che chiedono qualità delle residenze, nuova centralità degli spazi verdi e aperti, attrezzature per la formazione e per il tempo libero, accessibilità e qualità dei mezzi di trasporto e dei luoghi di lavoro. Attraverso questa prospettiva è possibile rifuggire dall'inerzia di un piano urbanistico burocratico, rigido, inflessibile, lento da modificare, incomprensibile ai più, incapace di produrre sviluppo, cioè in quella forma inattuale che ha immobilizzato il territorio italiano per decenni, e al contempo ne ha decretato il consumo e il degrado, per l'incapacità di impedire l'abusivismo, l'incuria, la mortificazione di ogni progettualità. Reclamare oggi l'attuazione del piano regolatore di Napoli nella forma stessa in cui è stato concepito circa venti anni fa, rischia di essere un anacronismo che non consente di guardare al futuro con incisività e adeguatezza. Ciò non vuol dire assolutamente fare a meno del piano, ma significa - sulla base di principi e valori strutturali ben definiti dal piano 1993-2004 - affermare la necessità di aggiornare scelte e strategie, di radicarle alle condizioni che cambiano, e di dare luogo e vita a programmi e progetti che possano dare contenuto a una domanda di innovazione e di cambiamento resa più forte e urgente dalla profondità e dalla pervasività della crisi che viviamo. Fuori da ogni retorica, bisogna riflettere ad esempio sul fatto che, mentre negli ultimi vent'anni Amsterdam costruiva nuovi e vivibilissimi quartieri residenziali sostenibili sulle aree portuali dismesse degli Eastern Docklands e sull'isola artificiale di Ijburg, a Napoli non è riuscito il completamento della bonifica dei suoli di Bagnoli: cambiare modello non solo oggi è possibile, ma appare improrogabile.
NAPOLI - La trasformazione deve andare oltre il piano regolatore
Il piano regolatore è stato criticato per essere un modello convenzionale e arretrato. Gli amministratori e gli urbanisti si muovono in un quadro legislativo mutato, con leggi regionali che hanno modificato il piano e le sue procedure. Il piano non è più considerato lo strumento che racchiude tutte le potenzialità e le risorse per lo sviluppo e il cambiamento del territorio. Il governo del territorio è un processo plurale e complesso che mette insieme valori stabili, scelte strutturali, grandi progetti di trasformazione e pratiche di gestione dell'ordinario.
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