Non c'è pace per Pompei. Terremoti e invasioni ancora prima dell'eruzione che l'ha distrusse, poi l'oblio, poi gli scavi, poi i crolli degli anni più recenti e ora un piano per proteggerla, il salva Pompei. Ma per proteggerla da cosa? Dall'incuria o dall'ignoranza della terra su cui risiede? Dalla mancanza di fondi o dagli sprechi del passato? Dalla mala- amministrazione di un Paese poco grato alle bellezze e ai tesori del suo passato e dalla camorra locale, desiderosa di mettere le mani sui fondi in arrivo? Per Pompei però, il rigore del governo Monti, ha già varato un progetto di salvezza che farà parte di un pacchetto di progetti destinati al rilancio del Mezzogiorno. Rilancio che inizierà proprio con il Grande Progetto Pompei, ovvero con 105 milioni di euro (63 milioni nazionali, 42 europei) da investire nei prossimi tre anni, in uno sforzo straordinario di manutenzione del sito archeologico più famoso, e forse anche più bello, del mondo. Stando alle cifre e alle premesse si tratterebbe di un intervento davvero poderoso che necessita, però, anche di un eccezionale controllo da parte dello Stato per evitare infiltrazioni camorristiche. Inevitabili, pare, ogni volta che una pioggia di denaro scende nel nostro Sud per finanziare progetti, creare strutture e risanare problemi. «Gli obiettivi - ha dichiarato il presidente del Consiglio, Mario Monti - sono due: la messa in sicurezza di tutto il sito e che ciò avvenga attraverso lavoratori capaci e onesti, tenendo fuori la criminalità organizzata che è forte nel territorio». Di qui uno slogan che il premier Monti, la ministra Cancellieri e il prefetto di Napoli De Martino hanno ripetuto con voluta insistenza: «Non un soldo finirà alla camorra». Eppure anche tutti questi sforzi, anche tutti questi soldi e questo rigore legalitario, potrebbero non servire a nulla se il Sud che «soffre strutturalmente di divari gravi» non darà una prova d'orgoglio e di efficienza nella gestione di questa valanga di euro. Il discorso del premier, fatto a Napoli la settimana scorsa in occasione della presentazione ufficiale del progetto, era infatti un chiaro invito a rimboccarsi le maniche poiché «senza un subbuglio innovativo che spinga la gran parte della classe dirigente locale a cambiare e i cittadini a domandare allo Stato non soluzioni privilegiate ma la soddisfazione di diritti collettivi» le cose non potranno cambiare. In questi tempi caratterizzati da una cupa crisi economica, il progetto rappresenta per un'area particolarmente depressa come quella dell'hinterland napoletano una boccata d'aria oltre che un intervento doveroso per salvaguardare dalla rovina il sito archeologico di Pompei. Sito archeologico che volendo è anche un tesoro, e che volendo potrebbe trasformarsi in un'industria del turismo dal fatturato considerevole. Ovviamente se fosse gestita come tale. Pompei, del resto, attira in media seimila visitatori al giorno, con punte di ventimila. Ma potrebbero essere molti di più e soprattutto potrebbero trattenersi sul territorio anziché fuggire subito dopo la vista agli scavi. Inoltre, potrebbero spendere anche di più per i prodotti di qualità che nel territorio non mancano di certo. Insomma si potrebbe innescare uno di quei processi virtuosi grazie anche all'entusiasmo e all'energia della gioventù del luogo che, invece, sconta un altissimo livello di disoccupazione. Insomma l'ottocentesca questione meridionale è sempre rimasta dietro l'angolo e sembra che ad aver capito le enormi potenzialità del Sud siano state, finora, solo le organizzazioni criminali i cui affari prosperano indisturbati. Mentre le imprese chiudono, mentre il lavoro è molto spesso lavoro nero e mentre i giovani non trovano sbocchi. Il Grande Progetto per Pompei, con i suoi fondi, diventa allora un'occasione importante che la Soprintendenza archeologica dovrà gestire nel suo doppio ruolo progettuale e tecnico. Ma perché tutto vada a buon fine, però, è stato necessario creare, sin dall'inizio, una task force formata dalla prefettura di Napoli, con una squadra speciale della Guardia di Finanza, che vigili sulle procedure e sulla legalità di ogni operazione, di ogni spesa affinché la camorra non ne approfitti e l'investimento sia un investimento a favore del Paese e delle comunità pompeiane, non delle organizzazioni criminali.