Il Commissariamento del Maxxi, una vera tragedia. Quello che doveva essere uno dei più importanti musei d'Europa, costato quasi 200 milioni di euro, dopo pochi anni non sembra essere in grado di funzionare, pur essendo mandato avanti da funzionari di carriera. Se si dovesse spiegare a un giornalista anglosassone ma anche tedesco o francese cosa significhi «commissariare» un'istituzione culturale, la cosa sarebbe non difficile, impossibile . Nessun presidente di Cda o direttore di un altro museo del mondo accetterebbe questo concetto, assolutamente nostrano, di farsi mettere sotto inchiesta per controllare dove abbia sbagliato. In America, dove i musei sono tutti mandati avanti con fondi privati, ma dove i tagli e le riduzioni dei budget sono tanto drammatici quanto in Italia, un direttore deve essere in grado di prevedere i bilanci e far quadrare i conti. Se non lo fa le conseguenze sono molto semplici: viene licenziato dall'oggi al domani. Il commissariamento è quindi uno strumento umiliante e inefficace. Non voglio suggerire che Anna Mattirolo o Pio Baldi debbano essere licenziati, ci mancherebbe. Dico che dovrebbero dimettersi alla sola ipotesi di questa misura disciplinare. Non lo faranno. Allora vengano licenziati, ma non umiliati come due scolaretti mandati a ripetizione. Il problema del Maxxi, ma anche di altre nostre istituzioni dedicate all'arte contemporanea, non sta comunque solo nei tagli ai finanziamenti pubblici. Il vero problema risiede principalmente in una programmazione balcanizzata e discontinua, in uno staff curatoriale di ventura. Problemi che impediscono di stimolare investimenti privati consistenti e di lungo respiro. Insomma, i guai del Maxxi sono principalmente imputabili alla sua struttura organizzativa. I musei di tutto il mondo sono organizzati in modo molto lineare e chiaro. Un presidente del cda, che cambia ogni tre-quattro anni, un direttore artistico, che a volte è anche direttore amministrativo, un curatore capo e un staff curatoriale di diversa misura a seconda del budget e delle dimensioni dell'istituzione. Evitando di discutere le colpe del presidente e del direttore, è sufficiente far notare che il Maxxi non ha neanche un curatore capo. Ricopre questo ruolo il bravissimo Carlos Basualdo, argentino, che però lavora anche al museo di Philadelphia, dal quale importa a Roma alcune delle mostre da lui curate laggiù. Il suo titolo infatti è curator at large, curatore indipendente, ovvero a distanza. Un museo delle ambizioni e delle dimensioni del Maxxi non può affidare le decisioni più importanti di programmazione a un curatore «distante», per quanto qualificato e bravo questo sia. Le conseguenze sono davanti agli occhi di tutti: una programmazione frammentata e spesso affidata a curatori esterni. La mostra di Francesco Vezzoli, uno degli artisti italiani internazionalmente più conosciuti, pare che arriverà curata dal direttore del Moma PS1 di New York, Klaus Biesenbach non da qualche curatore del Maxxi. E' grave. La riduzione dei fondi, per quanto drastica sia, è solo la goccia che fa traboccare un vaso da troppo tempo mal organizzato. Un museo con un programma forte ed una struttura di professionisti adeguati deve essere in grado di saper far fronte a momenti di inevitabile crisi economica. Dopo 1'11 Settembre tutti i musei americani attraversarono una stagione economicamente disastrosa, nessun museo ha chiuso. A nessun direttore è stato dato un «commissario» di supporto.