Infelicemente certo, quello dei nostri giorni, sul piano economico e sociale, è un tempo di crisi della finanza, della produzione, del lavoro, del benessere, della sicurezza, dominato, nell'ambito della percezione comune, dall'incertezza del presente, dalla paura del futuro, dalla sensazione del declino. Sul piano politico e diplomatico, è un tempo di crisi delle certezze dell'Occidente, del suo dominio sul resto del mondo. Della sua convinzione, radicata e ossessiva, che democrazia e capitalismo, libertà e progresso non possono che avere un futuro radioso, ineluttabilmente. Sul piano psicologico e comportamentale, è un tempo di crisi della razionalità, della lucidità, del coraggio, perché il disorientamento per il vacillare delle certezze, il timore di uno sgretolarsi della fiducia, l'ansia per la temuta irruzione nel nostro mondo, sempre ritenuto sufficientemente sicuro e protetto, di valori dell'alterità nel recinto rassicurante dell'identità creano un'angoscia diffusa, anche se spesso dissimulata, più che contenuta. Economia, nazionale e globale, e politica, internazionale e nazionale, come è comprensibile, dominano i nostri pensieri, le nostre preoccupazioni e, talora, le nostre speranze. E la cultura? Che significato può avere la cultura in un mondo in cui al patrimonio culturale si richiede, soprattutto se non soltanto, di essere procacciatore di risorse? Che incidenza può avere la cultura in un Paese in cui i beni culturali, nel pubblico come nel privato, sono relegati, nelle valutazioni della politica, in una posizione di così tenue considerazione che ha paragone quasi soltanto con la ricerca? Che attenzione può ottenere la cultura, in un Paese, ancora tra i primi del mondo industrializzato, in cui appunto ricerca scientifica, sistema sanitario e patrimonio culturale non sono mai assunti al livello di priorità dei governi e, nell'ambito del privato, sono stati più spesso oggetto di interessate speculazioni che di disinteressato impegno? Eppure solo la cultura può offrire chiavi di lettura, difficili ma non inaccessibili, per decifrare almeno molti aspetti delle crisi che, soprattutto in certi momenti, sembrano attanagliarci togliendoci il respiro. Certo se ogni nostro tentativo di lettura o di valutazione si iscrive in una forma, ormai più disperata che razionale, di eurocentrismo esasperato ed esclusivo, sul piano economico, politico, psicologico, è probabile che le ragioni e le soluzioni oscillino ormai, quasi senza eccezioni, in questa casistica, per non fare che alcuni esempi: violazioni di codici, presunti obiettivi, politici ed economici sempre formulati da noi occidentali (negli organismi mondiali di finanziamento anche dei Paesi in via di sviluppo); fantasmi di lotte di religioni tra fanatismi e integralismi monoteistici oggi tra Cristianesimo e Islam, e un giorno, forse, anche con politeismi contemporanei (India ad esempio); conflitti di civiltà, inespiabili, necessari e fatali perché alimentati da strutturali e inconciliabili diversità e alterità (oggi Occidente e mondo islamico e domani Occidente e Cina?); ineluttabili scontri che possono sfociare anche in guerre, non limitate e chirurgiche combattute in case altrui e quindi remote e di fatto trascurabili per noi occidentali (come in Iraq e in Libia), ma di nuovo reali e ampie come coinvolgimenti, se concepite tra il «bene», che è sempre l'Occidente, e il «male», che è sempre l'Oriente (o ciò che ad esso in qualche modo, anche molto forzato, è assimilabile). Una cultura libera, critica e aperta, non ancella della politica, non dipendente dall'economia, non condizionata dai pregiudizi, che faccia il supremo, e supremamente difficile, passo, non di ignorare le proprie origini (ciò che tra l'altro è impossibile), ma di tentare di volare alto al di sopra di ogni concezione particolaristica e di ogni visione precostituita, può avere l'ambizione di interpretare e di comprendere le ragioni di ogni parte. E può riuscire nei suoi intenti. Deve, però, avere precisa coscienza di un fatto: che il modo di pensare, di giudicare, di spiegare di noi occidentali non è universale, né universalmente valido, né universalmente accettato; che, ad essere ottimisti, esso rispecchia forse meno del venticinque per cento dell'umanità contemporanea; che, ad esempio, Europa e Stati Uniti non sono che un quinto del mondo attuale, mentre altri tre quinti sono rappresentati da Cina, India e Islam; che l'influenza di questi ultimi tre mondi non è affatto più detto, oggi, che sia insignificante, o poco significativa, come poteva essere anche solo trenta anni fa, sul restante quinto del mondo (che forse è anche più di un quinto soltanto). In un discorso recente il presidente della Repubblica ha ricordato che l'Europa è il sette per cento del mondo: è un sette per cento, che certo conta molto anche sul piano culturale, si può certo aggiungere, ma questo non significa affatto che possa credere di contare dieci volte tanto e in prospettiva di aspirare a sfiorare la totalità. Forse non è mai stato cosi, ma certo, oggi, non è più così. La cultura, ancora oggi, come spesso in passato, quando era peraltro appena tollerata e poco ascoltata, può essere ancora un ponte fecondo nelle terre, talora aride, spesso brulle, ma anche desolatamente desertiche sul piano umano, della politica e dell'economia. Ma ad una condizione irrinunciabile: che sia una cultura che consideri l'alterità non una triste fatalità compassionevolmente, e magari anche benevolmente, tollerata, ma una realtà positiva, una ricchezza imperdibile, cui non si deve per nulla di necessità soggiacere, ma che si deve accettare e accogliere come un'offerta e una speranza, si vorrebbe dire, con animo lieto, con confidente apertura, con apprezzamento sincero. Come spesso si fa, e come sempre si dovrebbe fare, con tutto ciò che umanamente arricchisce.
La ricchezza della cultura che non conosce confini
Il testo analizza le crisi economiche, sociali, politiche e culturali che affliggono il mondo contemporaneo. L'autore sostiene che la cultura occidentale è in crisi e che è necessaria una cultura libera, critica e aperta per comprendere le ragioni delle crisi e per trovare soluzioni. La cultura occidentale è considerata eurocentrica e esclusiva, e l'autore sostiene che è necessario considerare l'alterità come una realtà positiva e una ricchezza imperdibile. L'autore conclude che la cultura può essere un ponte fecondo per le terre aride e desolate del mondo, ma solo se si accetta e accoglie l'alterità con animo lieto e confidente apertura.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo