Domani la presentazione del libro della presidente del Fai Borletti Buitoni: «Il Paese è rovinato da un'edilizia incontrollata» Bologna affronta i problemi. Almeno non li insabbia Di cultura su vive eccome, e si stimola la crescita civile All'Ambasciatori. Il titolo del volume è «Per un'Italia possibile» Era il Paese che ogni giovane intellettuale europeo doveva visitare. Ricco di storia, di monumenti, di squarci inimitabili. Oggi le bellezze d'Italia sono insidiate da distese infinite di capannoni e le onde del suo mare si infrangono contro litorali di villette e discoteche. Racconta il sacco del Belpaese un libro firmato da Ilaria Borletti Buitoni, dal 2010 presidente del Fondo Ambiente Italiano (Fai). Per un'Italia possibile (Mondadori) ricorda però anche le buone pratiche, lanciando l'idea che solo la rivalutazione della cultura potrà salvare la «bella ammalata». Il libro sarà presentato domani alle 18 alla libreria Coop Ambasciatori dall'autrice, in dialogo con Armando Nanni, direttore del Corriere di Bologna, e con Carla Di Francesco, direttrice regionale dei Beni Culturali. Signora Borletti Buitoni, l'Italia è ancora bella? «Purtroppo molto meno di quello che era. Ci sono ancora zone, regioni, paesi straordinari. Ma il danno che è stato fatto dalla peggior cementificazione che si possa immaginare è incommensurabile». Nel libro lei ripercorre molti degli orrori perpetrati, in un viaggio da Sud a Nord. Ce ne vuole citare qualcuno? «Io ricordo spesso la Sicilia, una regione piena di meraviglie artistiche e naturali, distrutta con la peggiore edificazione soprattutto sulle coste, ma non solo e la peggiore gestione immaginabile dell'uso del suolo». Il problema delle coste non riguarda tutta la Penisola? «Sì, ma in Sicilia è particolarmente vistoso. Le regioni povere di vocazione produttiva, perché non hanno industrie e perché hanno vissuto la crisi dell'agricoltura, avrebbero potuto vivere di sviluppo turistico. Ma è difficile attirare visitatori laddove il paesaggio è stato distrutto». Un ex ministro della Repubblica non molto tempo fa ha detto che con la cultura non si mangia. «Al contrario è dimostrato che la cultura provoca ricaduta occupazionale e che interi paesi vivono sulla cultura e sul turismo. Va detto, piuttosto, che l'ignoranza è latrice di pericolosissime derive: spinge all'intolleranza, al razzismo, all'estremismo. La cultura aiuta la crescita civile». A questo proposito lei cita l'orchestra formata da ragazzi di strada venezuelani sostenuta da Claudio Abbado e il lavoro teatrale di Marco Baliani con i bambini delle bidonville del Kenya... «La cultura è una delle grandi chiavi di crescita sociale. In queste esperienze e in quella di don Antonio Loffredo a Napoli, che ha aperto le catacombe di San Gennaro con i ragazzi del quartiere Sanità, ho visto nascere una voglia di riscatto sicuramente propiziata dalla cultura». Cosa fa, concretamente, l'Italia per tutelare il suo enorme patrimonio? «Con la nascita del Ministero dei Beni culturali, nel 1974, si sperava che l'attenzione all'ambito paesaggistico e culturale diventasse un obiettivo primario. In realtà poi quel Ministero è stato svuotato di fondi e competenze, quindi non può svolgere l'opera di tutela a cui sarebbe deputato. Il problema è che lo sviluppo del nostro Paese è passato attraverso un'incontrollata crescita edilizia». Altrove non è stato così? «In Inghilterra, Francia, Germania sono stati posti limiti certi al consumo di suolo. In Italia questi argomenti non sono mai stati affrontati». Come mai? «Credo per mancanza di attenzione culturale. Il paesaggio non è mai stato percepito come valore identitario. Si è parlato, poco, dei beni storici e artistici; mai del paesaggio. Il presidente del Consiglio precedente a questo sosteneva che solo la cementificazione poteva sostenere una ripresa economica». Cosa si può fare, oggi? «Si può ridare al Ministero la dignità che merita. E mettere ordine in tutta la materia urbanistica e di tutela. Molto possono fare le regioni con i loro piani paesaggistici. E i cittadini possono chiedere ai politici un'attenzione reale e non solo ideologica al patrimonio culturale, all'ambiente, al paesaggio». Il Fai come interviene? «Nato come fondo di tutela di beni che gli vengono affidati, si occupa oggi di 42 siti, promuove le giornate di primavera per la conoscenza del patrimonio e vuole sempre di più diventare anche movimento di stimolo per le istituzioni per affrontare la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale». Come vede la sensibilità di Bologna rispetto a questi temi? «Bologna e l'Emilia, per quello che le conosco, affrontano i problemi, non li insabbiano. Bologna è una città colta e partecipativa, grazie all'Università e alla spinta dei molti giovani che la frequentano. Sui temi della cultura da voi ho sempre sentito più vibrazioni che altrove».
Le bellezze violate
Il libro "Per un'Italia possibile" di Ilaria Borletti Buitoni, presidente del Fondo Ambiente Italiano (Fai), esplora i problemi di edificazione incontrollata in Italia e la necessità di rivalutare la cultura per salvare il paese. L'autrice racconta il sacco del Belpaese, descrivendo le distese di capannoni e le villette lungo le coste, e cita esempi di buone pratiche, come l'orchestra di ragazzi di strada venezuelani sostenuta da Claudio Abbado. Borletti Buitoni sostiene che la cultura è una delle chiavi di crescita sociale e che l'Italia deve tutelare il suo patrimonio culturale e paesaggistico.
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