La cultura non è una merce subordinata al pareggio di bilancio Autorevoli esponenti del governo salutano la "rivoluzione copernicana" che consentirà le nozze tra pubblico e privato. Ma a che prezzo? Siamo in un'epoca nella quale ogni cosa sembra esistere solo se ha un prezzo e status universale di merce. Uno status o ribadito ai massimi livelli giuridici. La cultura - assieme non a caso al lavoro - sarà subordinata nella Costituzione al pareggio di bilancio. Dopo l'esperienza di un ministro come Bondi e le parole di Tremonti sull'incapacità della cultura di sfamare, ogni documento che dica che la cultura è importante e può creare ricchezza sembra ossigeno. Sergio Scavio, sulla "Nuova" dell' 11 aprile, ha ricordato il ruolo pubblico della cultura, con alcune osservazioni critiche sul Manifesto per la cultura del Sole 240re. Eppure stupisce il basso profilo del decantato 'manifesto', l'incauto termine di 'rivoluzione copernicana' usato dai ministri Ornaghi, Passera e Profumo (forse lo è davvero per loro): dicono che la cultura è ricchezza, l'arte è pratica creativa, le istituzioni, il privato ed il pubblico devono collaborare. Ma si richiamano alla meritocrazia senza dire che le principali professioni nel campo dei beni culturali, (archeologo, storico dall'arte, bibliotecario, antropologo, archivista) non sono riconosciute. Succede a chi cerca di smontare il valore legale dei titoli di studio per ridurre a sacca di manodopera più o meno indifferenziata i lavoratori cognitivi. Non vi è traccia del pensiero più attento dell'economia dei beni culturali, che ne discute l'essenza di 'merce'. C'è bibliografia. I santuari confindustriali si nutrono di un pensiero vecchio e superato, magari non gliene serve uno nuovo. Cattivi maestri? No, cattivi professori. Ricordano 1' articolo 9 della Costituzione (al centro cultura, ricerca e paesaggio) e fanno parte di un governo e di una maggioranza che - con l'inserimento ideologico nella stessa Carta del pareggio di bilancio - crea le premesse per depotenziare gli investimenti pubblici in questi settori. Il nuovo, un po' banale tentativo di unire un pubblico e un privato in profonda crisi, non vede l'unico passaggio storicamente innovativo: le pratiche di autogoverno dei cosiddetti "commons" o "beni comuni" (la cultura vi rientra pienamente), nuova prospettiva di uso efficiente e democratico degli stessi. Lo ha indicato con forza il no alla privatizzazione dell'acqua. Sfuggono al proclama articolazioni e valori territoriali delle comunità e della cultura. . Ciò inibisce, in una visione neo-antiquaria davvero vintage, la lettura integrata con il paesaggio. E' particolarmente grave per il Mezzogiorno, per la Sardegna: realtà ricchissime e articolate che potrebbero essere governate, all'interno delle leggi dei beni culturali e del paesaggio, dalle comunità e dai professionisti ad esse organici, allargando la platea dei soggetti su tutela, gestione e governo del territorio. L'unica alternativa democratica alla fine del sistema della tutela. Un modello dal quale partire può essere, pur rivisitato, quello dei Piani Urbanistici Comunali, con l'acquisizione delle aree e la Regione come quadro di regole. Ma la Regione sarda, unificando centro-destra e centro-sinistra, propone una Fondazione unica per gestire tutto il patrimonio culturale; svuotando - osserva Scavio - il suo potere di indirizzo. Aggiungerei: schiacciando ogni forma di autogoverno dei territori. Temo che si stia aprendo la prospettiva, invitante per la politica tradizionale, di un nuovo spazio per il potere, di un altro esproprio della cultura come bene comune. Sta ai comuni, anche ai soggetti del Quinto Stato non a caso frontalmente aggrediti dalle politiche neoliberiste di Monti (e suggestivamente rappresentato nel recente "La furia dei cervelli" di Roberto Ciccarelli e Giuseppe Allegri), organizzarsi in centri, reti e relazioni indipendenti, impiegare la propria soggettività a favore del territorio