«Vedo un certo fermento adesso sarà necessario essere miti e intransigenti» Domenica con Alain Elkann «Il nuovo dell'Italia è nel passato» è il titolo del nuovo libro-intervista di Andrea Carandini, scritto in collaborazione con Paolo Conti e pubblicato da Laterza. Perché la scelta di questo titolo? «Ha una sua ragione d'essere: benché ci sia una forte cultura contemporanea, il grosso della cultura riguarda il passato. Purtroppo non si è ancora visto un governo che abbia messo la cultura nell'ambito dello sviluppo sociale ed economico del nostro Paese. E' sempre un settore a parte che si finanzia quando le cose vanno bene e che quando vanno male si taglia». Lei è presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali: qual è il suo compito? «Presiedo l'organo di consulenza del Ministero distribuendo pareri richiesti e non richiesti che mettiamo a disposizione del governo e dell'amministrazione pur non facendo parte di nessuno dei due». Sente comunque di avere una qualche influenza? «Per la verità non quella che desidererei, se ci fosse. E il fatto che la cultura non faccia mai parte della strategia di un governo è una ferita che mi porto nel petto». Il governo dei professori è un governo di persone colte? «Se si riuscisse a mettere da parte due o trecento milioni che uno stato come l'Italia dovrebbe avere, insieme a ciò che è già destinato al ministero peri Beni Culturali toccheremo una cifra di circa cinquecento milioni che il ministero sarebbe in grado di spendere. Ornaghi ha ottenuto 76 milioni, di cui 23 per cominciare il progetto della grande Brera. E questo mi sembra molto positivo». E per quanto riguarda Pompei? «Ha avuto 105 milioni e il Consiglio Superiore ha appena varato un progetto che è ben avviato. Ma siamo molto preoccupati per la gestione ordinaria al di fuori delle soprintendenze che hanno finanziamenti particolari come per esempio il Colosseo o Pompei. Di fatto non stiamo ottemperando all'articolo 9 della Costituzione che, oltre a promuovere la ricerca e la cultura, promuove la tutela e il paesaggio del patrimonio storico e artistico della nazione». Lei racconta di essere stato iscritto al Partito comunista quando Giorgio Napolitano ne era il responsabile della Cultura. Avete mantenuto un buon rapporto? «Ho sempre avuto un certo dialogo con il Presidente. E alla giornata del Fai, e a proposito dell'appello fatto dal quotidiano "Il Sole 24 Ore" sull'economia della cultura, Napolitano ha detto che non si può ricorrere a facili espedienti, ma bisogna tagliare gli sprechi». Nel suo libro lei parla della grande crisi della borghesia e della classe dirigente del nostro Paese... «Ho una certa nostalgia della borghesia da cui provengo, ma non si può tornare indietro. Vorrei una nuova classe dirigente a livello europeo che faccia pure i propri interessi ma nel quadro dell'interesse generale della nazione. Per ora ha pensato molto ai propri interessi, ma non all'interesse collettivo. Mi fa piacere vedere al governo gente meritevole e competente, anche se le persone meritevoli sono sempre invidiate dai mediocri che nella penombra ne preparano la rovina. Oggi siamo di fronte a una sorta di analfabetismo dilagante: si dice che gli italiani che leggono siano soltanto sei milioni». Ma se nessuno si interessa veramente a fondo alla cultura del nostro Paese ci sarà un motivo... «Secondo me è per ignoranza, oppure come conseguenza di una visione economicistica per cui sembra che la cultura non faccia parte dell'economia». Cosa succede in particolare in Italia? «Muove interessi molto rilevanti. Cultura, scienza ed economia dovrebbero formare un sistema. Perché i ministri non vogliono fare i ministri dei Beni culturali? Perchè è ancora un ministero marginalizzato. Il problema della cultura è un problema governativo perchè include molte cose diverse. Non è un fatto elitario, ma è un presupposto per tutti. Oggi si usano computer e mezzi tecnologici che necessitano di una cultura. Non ci solleveremo se non mettiamo il problema dell'istruzione, della ricerca e della cultura al primo posto e al centro delle nostre preoccupazioni». E l'archeologia, che è il suo mestiere, che momento sta attraversando? «E a un buon punto, ma gli archeologi non sono tenuti in conto come i maestri di scuola». È mai possibile che il Foro Romano non abbia una didascalia, salvo che cartelli nella Casa delle Vestali? «Da noi non si sa nulla della storia romana e il crollo degli studi classici è evidente. Addirittura non si studia più la Bibbia. La gente osserva ma non penetra, vede ma non capisce, guarda ma non si ferma e non si sviluppa interiormente». Si studia anche meno? «Sì, perché ogni fatica viene risparmiata e ogni sforzo è visto coma una iattura. Gli studi sono decaduti, e così gli asini sono entrati in Parlamento». Insomma, lei è pessimista? «No, sono ottimista. Vedo il fermento e la possibilità di una svolta. Occorre avere una mentalità critica ma costruttiva, bisogna essere intransigenti ma miti».