Ma arriva un progetto per farne una «città moderna e intelligente» e l'ennesima candidatura a Capitale, della Cultura. «Non me l'aspettavo così», ha ammesso, visibilmente provato, il primo ministro Mario Monti sulla piazza del Duomo, sotto la cupola delle Anime Sante imbrigliata da un ragno d'acciaio che ne impedisce il crollo. Da tre anni l'Aquila è abbandonata al suo destino di città agonizzante: nel capoluogo «sfollato», quasi tutto il patrimonio artistico è in rovina come alle 332 della notte del 6 aprile 2009. In questa Pompei del XXI secolo, basiliche, palazzi storici e residenze comuni, chiese, monumenti, torri e campanili, statue e affreschi, sono ancora ammassati in colline di macerie dalle quali spuntano frammenti di antichi capitelli e preziosi . reperti. Lungo corso Vittorio Emanuele si sono moltiplicate le «zone rosse», chiuse e pericolose a causa dei mancati restauri e degli edifici puntellati, quelle dove bisogna di continuo rafforzare o rifare i ponteggi che cedono alla neve, al gelo, al vento, al passare del tempo: il rischio crolli e furti è all'ordine del giorno. Nel centro storico, fitto di monumenti inagibili, ancora non tutti puntellati, la città sembra un immenso pachiderma trafitto dalle migliaia di tubi dei ponteggi, un groviglio di macerie: «Un buco nero, una città fantasma dove si è rinunciato a restaurare e ricostruire. Da tre anni è emergenza alimentata da un perpetuo regime commissariale della Protezione civile che, rinviando sine die la rinascita, ha decretato di fatto la morte di L'Aquila per abbandono», denuncia Italia Nostra in una lettera al ministro per i Beni culturali firmata da 40 studiosi. Tra loro Salvatore Settis che ha visitato L'Aquila a marzo e ha dichiarato: «Le istituzioni sono assenti, l'arte è in rovina, regna la negligenza dello Stato incapace di gestire sia l'emergenza sia la normalità: a guadagnarne sono stati i costruttori delle 19 new towns che continuano a espandersi intorno mentre muoiono la città e il paesaggio intorno». A nome del Paese che «non si rassegna a dire addio a L'Aquila», quattro le richieste di Italia Nostra al ministro Lorenzo Ornaghi (criticato perché «avrebbe dovuto dare un segno: visitare la città, l'Abruzzo, vedere con i suoi occhi quello che sta accadendo»): «Via il Commissario della Protezione civile Luciano Marchetti e fine del commissariamento che compie tre anni di fallimenti; avvio dei lavori di restauro nel centro storico; approvazione del vincolo paesaggistico su tutti i centri terremotati; discussione del Piano di ricostruzione adottato dal Comune». Eppure, perla «ricostruzione» di L'Aquila, in questi 3 anni i finanziamenti sono stati molto consistenti: 10,6 miliardi di euro di cui 2,9 spesi per gli interventi di emergenza e gli altri 7,7 destinati alla ricostruzione. Di questi ultimi, 2 sono stati già erogati e restano disponibili, già stanziati, 5,7 miliardi. Infine il 23 marzo 2012 il Governo ha destinato ai lavori post-sisma dell'Abruzzo, 708 milioni di euro. Cifre che fanno gola a molti, come hanno dimostrato le tante denunce, inchieste, condanne della Magistratura nella selva di ditte appaltatrici che hanno fatto affari speculando sulla ricostruzione. Rapaci le mani della mafia sui finanziamenti per i restauri. «Finora 201 le ditte interdette perché colluse direttamente con la criminalità dopo i controlli su 4mila aziende: altre 80 società escluse dagli appalti perché in odore di mafia», ha denunciato il prefetto Giovanna Iurato. In attesa di un progetto concreto per le zone terremotate che ancora manca, il Ministro alla Coesione territoriale Fabrizio Barca, il 16 marzo, ha fatto propria, sostenendola con passione, l'idea-progetto lanciata a L'Aquila da un gruppo di giovani architetti abruzzesi. Una proposta accolta dal silenzio allibito degli aquilani, sconcertati dal contenuto di questo piano che proclama in toni fantascientifici: «Via le macerie: da città morente, L'Aquila, diventerà città moderna e intelligente». E continua: «Vogliamo indire una gara internazionale perla ricostruzione e candidare L'Aquila a Capitale della Cultura nel 2019. Insomma la città diventerà un laboratorio mondiale di innovazione», ha detto Barca. Il progetto si chiama «Abruzzo verso il 2030: sulle ali dell'Aquila», ovvero come «rendere una Regione più forte dopo un disastro naturale». Si tratta di un piano eco-sostenibile dell'Ocse di cui Barca è entusiasta: «Smart city» è la parola magica per «trasformare L'Aquila in una città intelligente, con internet per tutti ed energia pulita». L'Unione europea ha già stanziato svariati miliardi per spingere almeno 30 città europee a diventare «smart city» entro il 2020. In attesa di un futuro «intelligente» che non c'è, di Barca, delegato dal presidente Monti a sottrarre la città al suo lungo coma, gli aquilani per ora hanno apprezzato una promessa sicuramente «intelligentissima»: «Entro il 2012 toglieremo tutte le macerie da L'Aquila».