Sommersi dalle cifre, dai bilanci, dalle insinuazioni, in questa storia del Maxxi si corrono davvero molli rischi. Il maggiore è quello di perdere di vista la sostanza della questione. Dietro l'annuncio del commissariamento da parte del Ministero non c'è un accumularsi di debiti, non c'è nessuno sperpero di denaro pubblico, e tanto meno una mala gestione. C'è solo la constatazione che i fondi a disposizione per farlo funzionare nei prossimi anni non ci saranno più. Punto. Così i «gestori», Pio Baldi e il consiglio di amministrazione, non possono fare un bilancio di previsione, non sapendo su quali risorse contare. E il Ministero, senza bilancio di previsione, parla del commissariamento «come atto dovuto» per evitare guai peggiori in futuro. Ma quali sono i fondi che mancano? Quelli di Arcus, soprattutto: una società del Ministero dell'Economia, nata ne12004 e incaricata di indirizzare verso la cultura il 3 dei fondi stanziati per le infrastrutture. Idea sacrosanta, tanto è vero che ha potuto distribuire, in questi anni, circa 600 milioni. Ma infrastrutture non se ne programmano più, il bando di Arcus è desolatamente fermo e di quei soldi non c'è più traccia. Mancano i soldi promessi dalla Regione Lazio (sarebbero 1,7 milioni, ma non ha versato neanche i 500 mila euro che avrebbero sbloccato il suo ingresso nel Consiglio del Maxxi). Mancano grandi sponsor e il Museo fatica a tenere quelli che ha conquistato, mettendo in luce che l'ottimismo con cui si è scelta la strada delle Fondazioni, contando sulla loro capacità attrattiva, era forse eccessivo. E fa un po' rabbia stilare questi elenchi, perché il Maxxi si autofinanzia al 50 del suo bilancio, con i biglietti, i contributi, l'affitto delle sale. La maggior parte delle istituzioni culturali europee non arriva alla metà di questa percentuale. Al resto pensano gli Stati, almeno quelli che hanno capito che un euro investito nella cultura ne frutta molti e quindi tagliano altrove ma non in questo settore. Non sarà una visione ragionieristica a farci uscire da questo pantano. Arcus o Ministero è lo Stato italiano che deve farsi carico dei progetti culturali che propone. E difenderli. Altrimenti il problema non sarà il futuro del Maxxi, ma di tutte le istituzioni culturali. Continuare a prosciugare risorse porta solo al deserto, oltre ad esporci all'ennesima figuraccia sul piano internazionale. La spiegazione non può essere: non ci sono soldi, arrangiatevi. Né continuare a credere che si possano diminuire le risorse sempre e solo là dove si coltiva la conoscenza, il confronto, la critica. Stiamo già comprando la carta igienica e le risme per le fotocopie nelle nostre scuole pubbliche. Dobbiamo decidere cosa vogliamo fare dei teatri, dei cinema, delle biblioteche, degli archivi, dei musei. Perché non esistono tagli neutri. Dietro ogni euro che viene speso, così come dietro ogni euro che viene negato, c'è una decisione politica. Per capire come uscire da questa triste vicenda del Maxxi, inaugurato appena due anni fa. E per dare uno straccio di spiegazione ai nostri figli, quando dovremo spiegargli il nulla che abita il loro futuro.
Maxxi. Non esistono scelte neutre
Il Ministero dell'Economia ha annunciato il commissariamento del Maxxi, il museo di arte contemporanea di Roma, a causa della mancanza di fondi. Tuttavia, la vera ragione del commissariamento non è la mala gestione o l'accumularsi di debiti, ma piuttosto la constatazione che i fondi a disposizione per far funzionare il museo nei prossimi anni non ci saranno più. Il problema è che il Ministero non può fare un bilancio di previsione senza sapere su quali risorse contare. I fondi mancanti sono principalmente quelli di Arcus, una società del Ministero dell'Economia che si occupa di indirizzare la cultura con i fondi stanziati per le infrastrutture.
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